La Ragazza dei Sogni

"Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni"

Of Human Bondage

Pubblicato da Dea Silenziosa su 30 Ottobre 2009

Alla vigilia di Halloween racconto una storia in cui appare una ’strega’, nell’accezione malvagia del termine comunemente usata per definire donne cattive – terribili – crudeli – avide – che rovinano la vita al prossimo, ma alla fine spesso, e per fortuna, pure a se stesse.  La strega del film
Dunque…

C’era una volta, negli anni ‘30, un giovane, Philip Carey, che dopo aver tentato a Parigi di diventare un pittore,  deve arrendersi all’evidenza di non avere talento.
Chiede un parere al pittore suo mentore, e costui gli parla molto chiaramente: “Non si faccia conoscere per le sue qualità più modeste ma per qualcosa di meglio. Le consiglio di armarsi di coraggio e non continuare a rovinare la sua vita… C’è qualcos’altro cha la interessa?“.
Philip Carey non ha molto da scegliere: è affetto da ‘piede equino’ una malformazione che lo rende zoppo, e decide allora di diventare medico come era suo padre.
Ma nelle parole del maestro c’è già una traccia di un altro problema di Philip, quello che sarà base di tutta la storia: la debolezza di carattere di Philip, la mancanza d’iniziativa, l’adagiarsi in situazioni penose senza riuscire a liberarsene.

Egli torna dunque a Londra, e comincia a studiare medicina, modestamente mantenuto da uno zio.
Un giorno incontra in un bar la cameriera Mildred Rogers e ne è subito inspiegabilmente attratto, per quanto lei non abbia grandi qualità… è graziosa ma non particolarmente bella, è scostante, ignorante e volgare.
Mildred, dentro di sé, è da subito disgustata dalla malformazione di Philip, pur cominciando a flirtare un poco con lui come fa con molti altri.
Accetta di frequentarlo, ma nel contempo esce anche con altri uomini.

Un suo rivale, più anziano, un certo Miller, un giorno gli si avvicina all’uscita del locale dove Mildred lavora, e molto affabilmente si presenta (“Dato che siamo interessati alla stessa donna“) e sportivamente gli dà alcuni consigli: “Lei caro ragazzo è così… senza carattere… Guardi me, ci vuole polso!
Ed ecco di nuovo sottolineato il problema di personalità debole di Philip.

Philip, nonostante la frequentazione con Mildred sia così infelice e saltuaria, condizionata dai capricci e dalle cattiverie di lei, è tanto preso che arriva a comprare un anello e chiedere di sposarla, ma Mildred gli annuncia che sta già per sposarsi con Miller.
Anche se Philip continua a sentire un forte legame affettivo e cade nella depressione, lei sembra dunque uscire materialmente dalla sua vita…
invece…
Tornerà periodicamente a sconvolgere la vita di Philip,  spesso quando lui sta tentando di dimenticarla intrecciando rapporti seri con altre donne, migliori, più belle, intelligenti, gentilissime, che lo accettano per quel che è, e che lo farebbero certamente felice.
Come Norah. E poi Sally.
Donne alle quali non importa del suo ‘piede equino’, che lo amano genuinamente.
Ma ogni volta che Mildred riappare, sempre per interesse, quando è nei guai, e ogni volta che ricompare è caduta più in basso…
Ogni volta, ingannato dalle false moine iniziali di Mildred, e dalla sue bugie, Philip abbandona tutto quanto ha di buono, trascura e lascia chi lo ama davvero.
Solo perché torna Mildred, che lui non ha mai smesso di amare di quell’amore inspiegabile e sottomesso, e che tuttavia, dopo la finta grazia con cui si presenta alla sua porta, ogni volta si rivela una strega sempre peggiore che gli fa ogni sorta di cattiveria, nonostante Philip la mantenga con grande sacrificio, dato che a sua volta riceve solo una modesta cifra dallo zio per mantenersi agli studi.
Si susseguono svariate vicissitudini…

- Ora, il film non è eccelso, ma c’è la prima interpretazione strepitosa di Bette Davis nei panni di una perfetta strega, parte che la consacrò per sempre quale Dark Lady cinematografica- per la cronaca, il film è del 1934, lei aveva 26 anni – e per la quale fu nominata all’Oscar: ma quello era l’anno in cui ‘Accadde una Notte’ fece il pieno di Oscar, così rimediarono assegnando l’Oscar alla Davis l’anno successivo per altro film -

Ma la ragione che mi ha spinta a scrivere questo post è la… strabiliante ‘tesi’ psicologica, per così dire, sostenuta nel film.
Insomma io l’ho guardato con interesse soprattutto per l’affascinante psicologia del protagonista – Carey è interpretato da Lesley Howard, la cui recitazione non è all’altezza di quella della Davis, ma la cui faccia è perfettamente adatta a interpretare il tipo sottomesso-
Philip Carey è un uomo inspiegabilmente succube e attaccato a una donna per quanto lei sia una vera strega, e per quanto ne sia perfino disgustato!

E [spoiler] l’unico modo in cui riesce a liberarsi da questa schiavitù (il titolo in italiano è appunto ‘Schiavo d’amore’), è la morte della stessa Mildred!
E’ qui che questa tesi mi ha incuriosita, poiché è l’esatto contrario di quanto veniva mostrato in ‘Rebecca, la prima moglie‘ : in Rebecca, Hitchcock ci mostra la protagonista intimidita e depressa per la presenza ancora troppo ingombrante di una morta, Rebecca, la prima moglie appunto!
Ovvero, nel film di Hitchcock, le rivali, le donne tremende, non sempre è necessario che siano vive per rovinare la vita e il matrimonio: la povera seconda moglie di Max de Winter credeva che lui fosse ancora innamorato di Rebecca, credeva di essere stata sposata per mera compagnia (salvo poi scoprire che si sbagliava sui sentimenti del marito, e che questi non era affatto legato alla prima moglie)!

Mi lascia molto perplessa che per estinguere un forte legame, e specie un legame di sudditanza, basti la morte o la sparizione della persona ‘adorata’.
Non per niente alla fine del film, quando Mildred è morta – e solo allora lui chiede a Sally, che lo ama e lo aspetta da mesi, di sposarlo – dice alla ragazza:  ”Sono riuscito finalmente a capire che mi preoccupavo del mio piede, ma invece era il mio animo a zoppicare. Perché ero legato a una persona che mi rendeva infelice. Ma ora sono libero, la vita è nelle mie mani“.
Ecco, questo mi allibisce: che per lui sia normale che la vita torni nelle sue mani solo perché, e quando, quella tizia di cui era succube muore!
Nulla dei sentimenti di Philip è dipeso dalla sua volontà o buon senso, lui non ha fatto alcuno sforzo per liberarsi da solo dalla schiavitù affettiva nei confronti di quella donna.
Vivente o non vivente la persona verso cui era ‘addicted’!
E se Mildred non fosse morta?
Philip avrebbe continuato per sempre la sua… ‘NON vita’ ?

Quando chiede a quella ragazza, Sally – con così tanto ritardo – di sposarlo, la cosa anziché rallegrare lascia un sacco di perplessità, perché fino a 10 minuti prima, quando Mildred ancora era in vita, non ci sarebbe stato posto nel cuore di lui per un’altra!
La sottomissione affettiva per Mildred è sempre stata più forte di qualsiasi sentimento per Sally!
E dunque, fossi Sally, dubiterei seriamente di essere amata, e che Philip sia davvero libero anche dopo la morte della strega. [fine spoiler]
Ecco perché l’Happy End di questo film non mi convince per niente!
C’è qualche cosa di irrisolto in questo finale, come un nodo che non è stato sciolto, un problema e dei sentimenti troppo forti e complessi che si danno per chiusi e superati troppo facilmente e sbrigativamente, considerato il dramma doloroso di cui siamo stati spettatori: e dunque si percepisce che non c’è stata una vera soluzione.
Il consiglio, è che vale la pena di vederlo comunque, questo film, anche per questi motivi!

E adesso me ne vado a fare un voletto a cavallo della scopa.
Buon Halloween!

‘Of Human Bondage’, dall’omonimo romanzo di Somerset Maugham.
Titolo italiano: ‘Schiavo d’amore’
Drammatico, 1934, USA
Regia John Cromwell
Philip Carey: Leslie Howard
Mildred Rogers: Bette Davis

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La signora Skeffington

Pubblicato da Dea Silenziosa su 1 Agosto 2009

Ecco un bel film drammatico del 1944, diretto dall’ottimo Vincent Sherman, e interpretato ammirevolmente da tutti gli attori (e che attori).

La storia copre più o meno 30 anni di vita della protagonista, Fanny Trellis (Bette Davis!), iniziando nel 1914, quando lei è una giovane di ottima famiglia newyorkese, molto corteggiata da nugoli di giovanotti che vorrebbero sposarla.
Lei però non ama nessuno, ma si lascia corteggiare, essendo oltremodo vanitosa.
Oltre l’apparenza splendente però, c’è il fatto che lei e suo fratello Filippo conducono una vita al di sopra delle proprie possibilità finanziarie, dato che dopo la morte dei genitori hanno dilapidato completamente la fortuna di famiglia.
Per di più Filippo fa precipitare la situazione quando, assunto dal ricco finanziere ebreo Skeffington (uno strepitoso Claude Rains), lo truffa causando dei forti ammanchi. In breve, Fanny approfitta dell’ammirazione di Skeffington per lei, per farsi sposare e sistemare i dissesti finanziari e il reato di Filippo senza che si arrivi a uno scandalo.

Ma è solo l’inizio…

Da qui in poi… Dimenticate o non prestate attenzione alla massa di trame assurde riassunte in giro per il web e sui giornali! Io avevo creduto a un paio di esse (sito e giornale ‘autorevoli’ (?), peraltro), ma guardando il film mi sono trovata man mano di fronte a una ‘trama’ che non corrispondeva per niente a quella banalizzata dalle recensioni!

La trama è invece molto ricca, sottile e originale, per niente banale, anzi, dotata di vari colpi di scena, e con finale a sorpresa.
Sono 30 anni che scorrono con ritmo molto ‘moderno’, veloce, e dove non c’è nulla di scontato: non è affatto la solita lenta ’saga’ di famiglia, tutt’altro.
E queste vicende offrono anche molti spunti di riflessione su molte cose, dalla vanità al razzismo.

Per cui rinuncio completamente a parlarne, augurando di cuore al lettore di trovare questo film in qualche modo (io l’ho visto casualmente in tv, nella versione restaurata, ma non riesco a reperirlo nemmeno con mezzi poco leciti!).

Il film non è solo la storia di una donna viziata e fredda sposata a un uomo buono, gentile, intelligente e innamorato, né un drammone familiare, ma parla di tante cose: direi che è un film sulla paura di invecchiare, di perdere la bellezza, una paura che per Fanny diventa ossessione.
Lei non ama nemmeno la propria figliola avuta da Skeffington,  già è indispettita quando scopre d’essere incinta: “Se una donna non dorme 10 ore, non va ogni giono al salone di bellezza e le capitano malattie come questa [gravidanza, n.d.a], allora diventa brutta!” , protesta Fanny col marito, per farsi spedire a fare i mesi di gravidanza in California, affinché nessuno la veda incinta!
E Skeffington, al solito amorevole e comprensivo, risponde: “No, una donna diventa brutta solo quando non è amata!”

Da notare la massiccia presenza di specchi, nella casa di Fanny! E i giochi che la macchina da presa compie servendosi di essi.

Ci sono anche altri argomenti trattati con delicatezza:  quando Fanny e Skeffington divorzieranno, e la loro bambina è grande abbastanza,  ed è intelligente e buona come il padre, e molto triste,  e vorrebbe rimanere col padre a cui è legatissima, più che alla madre mondana e assente, Skeffington porta la figlia a pranzare con lui al ristorante, per dirle che loro due non potranno più vedersi che di rado;  cerca di spiegarle che lui e la mamma hanno una religione diversa, e che quindi lei deve restare con la mamma, ma la bambina dice che non vede differenza fra loro.
E lui: “E’ difficile  da spiegare a un bambino, e la bimba:  “E’ forse più facile spiegarlo a un adulto?” “…Forse no…”

Da tener presente che si attraversano molti periodi cruciali, che toccherano molto da vicino tutti i personaggi: la prima guerra mondiale, la crisi economica del ‘29, la persecuzione degli ebrei e la seconda guerra mondiale (questi ultimi eventi mentre l’ebreo Skeffington, e la figlia che ha scelto di vivere col padre, vivono a Berlino, da dopo il divorzio).

E’ un film sulla vanità umana, che acceca facendo perdere di vista le cose davvero importanti, o serie e gravi, per limitare le vedute alle cose inutili e futili, nei casi più estremi come quello di Fanny.
Finché anche chi è accecato/a da vanità ed egoismo, non si scontra brutalmente con la realtà inevitabile che costringe a rivedere tutto con occhi diversi: l’egoismo e la vanità si ritorcono contro di noi, prima o poi.
“Ci son cose peggiori al mondo, che una bellezza sfiorita!” dice il buon cugino George.
Fanny Skeffington resta sempre presa da sé stessa qualunque cosa accada… e lo fa quasi con ‘innocenza’, naturale incoscienza, non con malizia o malafede.
E’ malata di narcisismo e supeficialità, ogni tragedia che tocca gli altri le scivola accanto, non è alla portata della sua comprensione: l’imporante è che abbia sempre la sua corte di ammiratori, che abbia dei magnifici abiti e tutte le cure che una donna ora ricchissima può permettersi.

(Una nota divertente: vedere quali erano i metodi più sofisticati per mantenersi belle, usati nei saloni di bellezza del tempo per le signore ricche, un po’ stupisce, un po’ fa sorridere, se si pensa all’odierna medicina estetica, o alla chirurgia plastica. Una cosa simile si vede, ancor meglio, nel film “Donne” di G. Cukor, che adoro).

Tuttavia…il punto di forza di questo film è che non cade nel luogo comune di contrapporre una persona solo cattiva/ o piena di difetti a una solo buona.

Bette Davis è stata sempre perfetta nel recitare ruoli di donna capricciosa senza cuore, pur non essendo bellissima.  Eppure qui, è fredda sì, è incapace d’amare, ma si tratta di puro narcisismo:  lei resta sempre fedele al marito, da sposata, e forse anche dopo il divorzio;
ama essere corteggiata, uscire con gli ammiratori per feste e per ristoranti, perché è una conferma per lei, sul suo fascino, sulla bellezza a cui tiene così tanto, ma non si spinge mai troppo oltre, non è una depravata, non è una fedifraga.
Insomma, non è un personaggio totalmente negativo.
I suoi modi sono gentili, affabili, e lo sono in modo autentico, con tutti, sia col marito che coi corteggiatori: non ama nessuno, tranne sé stessa, è questo il suo male.

Finché non accadrà qualcosa che non aspettava.
Finché non le giunge addosso la dura schiacciante realtà e i proprio i suoi difetti la conducono ad avere sorte che non immaginava.

E’ importante per il film, durante tutto l’arco dei 30 anni narrati,  la figura rassicurante e di sostegno, del cugino buono, simpatico e sensato di Fanny, George Trellis, intepretato da Walter Abel, attore ‘minore’, molto bravo in questa bella parte.

L’interpretazione di Claude Rains (Skeffington) è eccellente, del resto non m’aspettavo nulla di meno da un attore che ha recitato come comprimario in Casablanca, Notorius, e molti altri film importanti accanto a grandi attori (lo ricordo anche come principe Giovanni nel Robin Hood di Errol Flynn, chissà perché spesso faceva dei ruoli da ‘cattivo’ o da antagonista, alla fin fine era sempre simpatico!): trovo che questo attore sia stato sfruttato troppo poco come protagonista, ha una gamma espressiva formidabile. E qui recita con grande finezza.

Sia lui che la Davis ricevettero la nomination all’Oscar.

Bette davis, ho detto sopra, perfetta per certe parti, anzi, questo è forse il miglior ruolo della sua carriera per quanto è brava.

Questo film vale davvero la pena vederlo, cercarlo, trovarlo.

Ah… Le toilettes di Bette Davis in questo film sono spettacolose, quindi è doverosa una menzione per i costumi di Orry-Kelly (che anni dopo vinse tre oscar, di cui due per i film ‘A qualcuno piace caldo’ e ‘Un americano a Parigi’).

La colonna sonora, è di Franz Waxman, che ha musicalmente commentato molti film famosi, come Rebecca, Sunset Blvd., Il Sospetto, Il dottor Jekyll e mr. Hyde, Capitani coraggiosi, Furia di F.Lang, Scandalo a Filadelfia di Cukor…e altri!

Titolo originale: Mr. Skeffington
Anno: 1944
USA, B/N, 145′ , drammatico.
Regia: Vincent Sherman
Fanny Trellis: Bette Davis
Job Skeffington: Claude Rains
George Trellis: Walter Abel
Titolo originale: Mr. Skeffington
Anno: 1944
USA, B/N, 145′ , drammatico.
Regia: Vincent Sherman
Fanny Trellis: Bette Davis
Job Skeffington: Claude Rains
George Trellis: Walter Abel

A presto.

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Il Pranzo di Babette

Pubblicato da Dea Silenziosa su 17 Febbraio 2009

pranzo di babette
Babette

Titolo originale:  Babettes Gæstebud
Titolo inglese:  Babette’s Feast.
Regia: Gabriel Axel.
Soggetto: tratto da un racconto di Karen Blixen
Produzione: Danimarca, 1987
Durata: 100’.
Cast:
Stéphane Audran: Babette
Birgitte Federspiel: Martina
Bodil Kjer: Philippa
Jarl Kulle : Lorens Lowenhielm
Jean-Philippe Lafont : Achille Papin
Premi: Oscar 1987, miglior film straniero.

In uno sperduto paesino della Danimarca, in riva al mare nella zona dello Jutland, alla fine dell’ottocento, vivono due attempate signorine che, le sorelle Martina e Philippa.  Le due sorelle, ci spiega la voce narrante femminile che ci accompagna lungo il film, hanno speso la vita e quasi tutta la loro modesta rendita in opere di bene.  Il loro padre era stato Decano e aveva anche fondato a suo tempo una setta religiosa, di cui restano ancora pochi, anziani ma fedeli seguaci.
Il Decano è morto da tempo, ma le sorelle ancora radunano i residui seguaci a ‘leggere e interpretare il Verbo e onorare la memoria del Decano’ nella loro modesta casa.  Martina e Philippa hanno anche una domestica francese, Babette, cosa molto sorprendente dato il rigore della loro vita puritana, ma la spiegazione di ciò è parte della storia che il film racconta e ‘deve essere ricercata nel profondo segreto del cuore’.

Si deve risalire alla giovinezza delle due, quando le due figlie del Decano erano dotate di grande bellezza, e, dato che non erano mai viste a balli o ricevimenti, i giovanotti andavano in chiesa per vederle.  Ma esse erano completamente dedite al padre e ad aiutarlo nella sua vocazione, e il padre d’altro canto era molto duro sull’argomento amore-matrimonio delle proprie figlie e per nulla incline a fare a meno del loro aiuto, per cui egli stesso rifiutava la loro mano a ogni giovane che chiedesse di sposarle.  E le stesse sorelle non manifestavano alcun desiderio di discostarsi dalla via tracciata dal Decano, per non dispiacerlo.  Mi fermo a fare una riflessione sul Decano: un uomo che per tutto il film dai suoi discepoli viene decantato come un esempio di virtù, ma che invece è senz’altro un mostro di egoismo, che non pensa un attimo alla felicità delle figlie e alla loro realizzazione nell’ambito di un amore coniugale e di una famiglia loro, ma le considera come strumenti indispensabili ad aiutare lui (“esse sono la mia mano destra e la mia mano sinistra” dice a un giovane “volete forse privarmi di una mano?”).
Accadde che entrambe tuttavia, pur nel ritiro di quel remoto villaggio, venissero a contatto con due personaggi provenienti dal ‘Gran Mondo’ esterno…  Lorens Lowenhielm, un luogotenente degli ussari, di ricca famiglia, ‘che aveva condotto una vita allegra e si era indebitato’, viene inviato dal padre per punizione a trascorrere 3 mesi lontano dalla vita mondana, presso una vecchia zia, proprio nelle vicinanze del villaggio dello Jutland, dove egli un giorno ha occasione di vedere Martina: ne è così attratto che si fa introdurre dalla zia nella casa del Decano, e partecipa alle riunioni religiose per avere modo di stare accanto a Martina. Ma la giovane non fa nulla per incoraggiarlo, e le riunioni dal Decano,  la durezza di costui, la freddezza di Martina, il modo di vivere chiuso dei membri della setta, lo deprimono, e ‘lo fanno sentire ogni volta più misero e insignificante’, e alla fine si sente “sconfitto da una setta di melanconici devoti che non hanno neppure il sale per la zuppa”… Egli, trascorso il periodo di ‘esilio’ , se ne va rinunciando a Martina per sempre, e dopo una riunione dal decano, le dice anzi che “Qui ho imparato che il destino è duro e crudele, e che in questo mondo ci sono cose impossibili”. Tornato a casa, si ripropone di dimenticare tutto l’accaduto, e di fare carriera, di dedicarsi con tutta la forza ad acquisire successi, di essere un giorno “una figura brillante in un mondo brillante” e così sarà.  Si sposa con una dama d’onore della regina Sofia, e inizia la sua vita di vittorie, senza riuscire però a dimenticare del tutto Martina.
L’anno successivo, un altro personaggio, costui un francese famoso, capita nei pressi del villaggio danese… è un acclamato cantante lirico, di nome Achille Papin, ed è in cerca di silenzio, e di un luogo selvaggio e romantico dove riposare per qualche tempo… ma dopo un po’ quel luogo sperduto comincia a deprimere anche lui, finché non ha occasione di ascoltare nella chiesetta del Decano, la voce di Philippa mentre canta: subito immagina in lei una futura primadonna dell’Opera, e si offre di darle lezioni.  Il padre acconsente, e, lezione dopo lezione, fra i due comincia a nascere grande affiatamento e tenerezza: è la stessa Philippa che tuttavia rinuncia a lui e chiede al padre di smettere le lezioni di canto. Anche il cantante Papin se ne torna dunque a Parigi, portandosi nel cuore il ricordo di Philippa e del suo talento canoro sepolto in quelle lande sperdute.
Molti anni dopo questi fatti, una notte di settembre del 1871… Una donna arriva sfinita alla casa delle due sorelle ormai anziane, e porta con sé una lettera.  E’ una lettera del cantante Achille Papin, la vecchia conoscenza di Philippa, che chiede il favore di accogliere la donna, Madame Babette Harsant, come cuoca e domestica. Durante quell’anno di moti rivoluzionari e guerra civile a Parigi, Babette ha avuti il proprio marito e il figlio fucilati come ‘Comunardi’, e lei stessa s’è salvata a stento. Non ha più nessuno in Francia, e non ha più nulla… Le due sorelle non possono permettersi una domestica, ma Babette non chiede nulla in cambio dei suoi servigi, eccetto che una casa presso cui vivere. Presto Babette si rivela attiva, energica e preziosa, si rende indispensabile, sebbene schiva e riservata, specie sul proprio passato… Babette, la donna parigina, si inserisce nel desolato villaggio danese, e l’unico legame che negli anni le rimane con la Francia è un biglietto della lotteria ‘che un amico fedele le invia ogni anno’.
Dopo 14 anni che Babette è arrivata, ricorre il centenario della nascita del Decano, che le due sorelle vorrebbero commemorare, il 15 Dicembre, con i confratelli della setta…

Con gli anni, fra i discepoli del Decano è cresciuta una brutta atmosfera tesa e polemica, di discordie, intolleranza e dissapori, e riaffiorano in continuazione vecchi rancori e recriminazioni.
Giusto quell’anno il biglietto della lotteria di Babette le fa vincere 10000 franchi. Martina e Philippa temono che Babette con quei soldi se ne tornerà in Francia, e ne sono afflitte.
Ma Babette chiede loro il permesso di preparare lei, coi propri soldi, un vero pranzo alla francese, “un vrai diner français”, per la commemorazione del 15 dicembre.
La vista dell’arrivo delle provviste che Babette fa venire dalla Francia, tuttavia, presto turba le due sorelle, e le fa pentire di aver permesso ‘questo pranzo francese‘: si confidano con i loro puritani confratelli, chiedendo perdono per aver dato il permesso perché ‘un sabba si svolga sotto il loro tetto!‘.  Martina ha perfino degli incubi, in cui tutto quel cibo ‘insolito’ è associato alle fiamme dell’inferno. La comunità è abituata a un’esistenza estremamente modesta e a cibi molto poveri, (una zuppa di solo pane raffermo cotto con acqua e birra, senza nemmeno il sale come condimento, era stato il primo pasto che Martina aveva preteso di insegnare a Babette, appena costei era giunta dalla Francia!), e quindi le sorelle e gli altri sono estremamente sospettosi verso cibi che nella loro ignoranza e chiusura nemmeno conoscono (vedi la tartaruga per il brodo fatta arrivare da Babette).

Gli altri membri della congregazione per tranquillizzare le due, allora decidono che nulla verrà detto durante quel pranzo, sul cibo e sulle bevande, nessun commento verrà fatto: in quel modo esorcizzeranno il piacere del cibo, ostentando di ignorarlo, è questo il patto e la disposizione d’animo con cui arrivano al giorno del pranzo di Babette.
Il giorno del pranzo, viene annunciato anche l’arrivo di un ospite in più: il Generale Lorens Lowenhielm, colui che era stato il giovane militare innamorato un tempo di Martina, che arriva in compagnia della vecchia zia che un tempo l’aveva ospitato, e che nel frattempo, in tutti quegli anni ha mantenuto le promesse fatte a sé stesso: è diventato un uomo di mondo, di successi e vittorie, ha soggiornato a Londra e Parigi,  frequenta la Corte Reale Svedese e ha fatto carriera.
Ma… c’è una scena interessante, mentre l’ormai anziano Lorens si sta vestendo per andare al pranzo delle due sorelle.. egli immagina di vedere se stesso giovane seduto nella camera, e a quel ‘se stesso giovane’ si rivolge, dicendo “Ho esaudito le tue ambizioni… Stanotte noi due dobbiamo chiudere i conti: dovrai dimostrarmi che all’epoca io feci la scelta giusta”.  E ancora, più tardi: “Può il risultato di tanti anni di vittorie, risolversi in una sconfitta?”
La preparazione del pranzo, insieme con le scene della sua degustazione, sono la parte più bella del film…in un andirivieni fra la cucina, dove Babette trasformata, eccitata e padrona di sé, con sicurezza e maestria sopraffine prepara squisitezze, e la sala da pranzo dove sono radunati i commensali, puritani fanatici (eccetto il generale) che hanno giurato di non apprezzare il cibo di quel pranzo, un futile e peccaminoso piacere del corpo… Continuano a ripetere: “non una parola sul cibo”, “il cibo non è importante”, “non gli rivolgeremo il nostro pensiero”.
Francamente in quei momenti mi viene immancabilmente da pensare più e più volte alla frase ‘gettare le perle ai porci’.  Per fortuna c’è il generale, che sa apprezzare degnamente, dall’inizio alla fine, sorso per sorso, boccone per boccone, decanta per tutto il pranzo quelle delizie per le quali Babette si è tanto prodigata.
Babette per l’occasione ha infatti ordinato non solo il cibo e i vini più raffinati, le spezie, i formaggi pregiati, la frutta costosa, ma persino le eleganti tovaglie di lino, i candelieri d’argento, e un fine servizio di piatti   e bicchieri direttamente da Parigi…
Il sontuoso menù non si può non menzionare, dato che viene dato molto spazio alle scene (interessantissime, perfino piene di suspence, quasi una serie di scene da film d’avventura) della sua preparazione:
Babette prepara: brodo di tartatuga, Blinis Demidoff , Cailles in sarcofage, Insalata mista, Formaggi misti, Savarin alla frutta, e della splendida frutta .
Fa servire vini e liquori pregiati, fra cui Amontillado e Champagne Veuve Clicquot  1860 (assaggiando il quale una signora della confraternita dice: “deve essere una specie di limonata”, salvo poi essere diventata un’avvinazzata prima della fine del pasto…), e del brandy a fine pranzo col caffè.
Il generale è l’unico che sappia apprezzare per quel che valgono, anche economicamente, tutti quei piatti e bevande e cibi, e ne parla in continuazione durante il pasto, elogiando ogni cosa che assaggia con stupore sempre crescente, mentre gli altri si concentrano a mantenere la loro promessa di non fare apprezzamenti al cibo e continuano a citare frasi del Decano, aneddoti sul Decano e via dicendo… Quando arrivano la quaglie, le Cailles en sarcofage, il generale sopraffatto dalla sorpresa non può trattenersi dal raccontare che a Parigi, invitato al Café Anglais, il ristorante più esclusivo della capitale (e invero menzionato in svariate opere letterarie), aveva mangiato proprio quelle cailles en sarcofage, invenzione di quella che allora era la chef del Cafè Anglais, una donna, caso unico fra gli chef, e “considerata il più grande genio culinario di quei tempi!” E dice “Ma queste sono davvero le Cailles en sarcofage!”. E racconta che quella donna-chef aveva fama “di saper trasformare un pranzo in un’avventura amorosa”.

Questo pranzo in effetti sembra, man mano che procede, riportare la pace e la serenità negli animi dei confratelli riuniti attorno alla tavola, fino a quel momento litigiosi e pieni di sentimenti ben poco cristiani nei confronti gli uni degli altri, per quanto usassero sempre pregare e citare il Decano e parlare dello Spirito e del Regno dei Cieli:  ora si perdonano i torti fattisi a vicenda, arrivano a benedirsi gli uni con gli altri…

Il pranzo di Babette è stato una sorta di choc salutare per la comunità…qualcosa di ‘diverso’, di abbondante e elegante, che ha fatto irruzione nella loro vita chiusa, che si risolve in un insieme di rinunce, privazioni riguardo tutto ciò che riguarda il corpo, e di pratiche religiose quasi ossessive, che però non li hanno portati ad essere migliori.  Sono migliori e più cristiani adesso, che si sono lasciati andare al piacere di una serata piena di bellezza, calore, bontà per il corpo, oltre che per lo spirito.
Se ne vanno pieni di letizia e manifestandosi affetto… (cosa che io , che sono una cinica, disillusa e pure astemia… francamente se fosse un episodio reale attribuirei al molto vino servito e bevuto durante il pasto, essendo oltretutto essi persone anziane e non abituate al vino, e specie a quei vini e liquori… ;)   Immagino che smaltita la sbornia torneranno a scannarsi come prima… ).

Stavolta Lorens Lowenhielm, congedandosi da Martina, le dice (al contrario di quanto le disse andandosene per sempre, quando era giovane): “Stasera ho imparato che in questo mondo ogni cosa è possibile”.

Il colpo di scena del film è prima il sospetto, poi la certezza che la scomparsa e leggendaria donna-chef del Café Anglais, di cui parlava il generale a tavola è proprio Babette…
Ma soprattutto, la chiave della storia è per me nel dialogo-chiarimento alla fine del film fra Babette e le due sorelle.
Esse si congratulano con Babette per il pranzo, lo hanno apprezzato davvero, e per fortuna…
Ma sono ancora convinte che Babette tornerà in Francia coi 10000 franchi.
Ma Babette rivela loro che non li ha più, i soldi: “un pranzo al Café Anglais per 12 persone costerebbe esattamente 10000 franchi”.
“Ma così sarete povera per il resto dei vostri giorni! Non dovevate fare questo per amore nostro”
“Un’artista non è mai povero! … Non era solo per amor vostro…
Potevo renderli felici quando davo tutto il meglio di me… Papin lo sapeva… Lui disse che per tutto il mondo risuona un grido che esce dal cuore dell’artista: consentitemi di dare tutto il meglio di me!

Babette dopo anni in cui non aveva potuto esercitare la sua arte e il suo talento, povera e in esilio in un luogo senza opportunità, ha approfittato della vincita alla lotteria per esaudire il suo grande desiderio e bisogno di dare sfogo al suo talento, e donarlo agli altri, per la soddisfazione di rendere gli altri felici con l’opera sua.

Mentre i discepoli del decano stanno così attenti a separare nella vita quotidiana ciò che riguarda il corpo da ciò che riguarda lo spirito, disprezzando il primo, e privandosi di ogni piccola gioia ‘materiale’, secondo gli insegnamenti del Decano, Babette invece col suo pranzo dimostra che anche le gioie del corpo, vissute senza eccessi, servono allo spirito, e sono indispensabili al suo benessere e al buonumore: per questo gli adepti della setta prima del pranzo sono in una fase negativa… le privazioni, e l’ignorare il corpo, a questo li ha portati, all’aridità e alla freddezza, alla rabbia e ai rancori e ai litigi.

Quanto alla due sorelle, nel finale chiarificatore, quella che senza dubbio non solo comprende davvero appieno, anche col cuore, il gesto di Babette e ciò che ella prova, ma che scopre di avere una affinità con lei, è Philippa, anche lei dotata del talento eccezionale per il canto che aveva tanto colpito il famoso cantante Achille Papin, poiché anche Philippa (per amore del duro padre) represse il suo talento, come ora tocca fare a Babette.  E’ Philippa che l’abbraccia in lacrime, nell’ultima inquadratura, sentendola ancora più vicina, e dicendole che in cielo lei incanterà gli angeli, con la sua arte del cibo, come Papin aveva una volta detto di lei e della sua arte nel canto.

♦♦♦ Mi sono resa conto che forse ho parlato molto della storia, e poco dello spirito che secondo me emerge soprattutto nel finale del film.
Questo non è un film a lieto fine… e forse nemmeno un film di buoni sentimenti, secondo me… E di più… solo quando lo vidi la prima volta, lo classificai un film di filone ‘mangereccio’ e quasi a lieto fine…  Ma dopo le visioni successive, a età diverse, ci ho visto un ‘messaggio’ completamente diverso (in effetti a pensarci bene, il lieto fine per Babette dove sta??? Ha perso marito e figlio fucilati, rimarrà sola al mondo alla morte delle due sorelle che la ospitano, e ha davanti a sé la prospettiva di una vecchiaia di miseria assoluta..).
Ai miei occhi questa è soprattutto una storia dolorosa di talenti e potenzialità tarpate e represse e sacrificate: il talento di Philippa per il canto, che venne a suo tempo represso perché arte, amore, talento erano considerati in quel luogo sperduto, nell’ambito di quella setta religiosa rinunciataria e arida, una cosa futile, inutile, una Vanità, e quindi una cosa pressoché ‘peccaminosa’ da non coltivare, e possibilmente da soffocare.
Lo stesso è per la vita di Babette da che è fuggita da Parigi:  lei ha un talento che non può e non potrà mai esercitare nel luogo in cui è finita: perché lì è un povero e minuscolo villaggio, non solo senza ristoranti o altri luoghi in cui Babette possa dar sfogo alle sue qualità, ma nemmeno la casa privata in cui vive, per via della mancanza di mezzi e del condizionamento culturale e religioso può darle occasione di esprimere il SUO genere di talento, neppure in ambito ‘familiare’, “per fare felici gli altri“; la gente vive in modo estremamente modesto, anche per scelta religiosa, ignara e chiusa al resto del mondo, e per loro va bene, perché conoscono solo quella visione ristretta delle cose.
MAI in quel luogo sarà consentito a Babette di “dare il meglio di sé”, e quel “grido che esce sempre dal cuore dell’artista” non può essere sentito, rimarrà muto e senza risposta.
Per questo Babette approfitta dell’unica occasione che ha per esprimere di nuovo la sua arte: la vincita alla lotteria.
Lei che un tempo era pagata per cucinare nel ‘bel mondo’ di Parigi, ora paga (e tanto: dà tutto quel che ha) per cucinare a suo modo ancora una volta!
E per persone che non sanno apprezzare l’entità di ciò che fa.

Philippa intuisce questo, e si commuove, ma Philippa ha una… consolazione, il pensiero-speranza che un giorno canterà in cielo e “in cielo sarà l’artista che Dio avrebbe voluto che fosse”…
Sono le parole di Papin, che lei serba nel cuore per anni, come per aggrapparvisi. Lei le ripete a Babette mentre l’abbraccia nell’ultima scena, ma io non so di quanta consolazione siano per Babette: infatti la scena finisce con Babette che resta di spalle nell’abbraccio; vediamo il viso dell’anziana Philippa in lacrime, ma non quello di Babette.
Mi lascia un po’ d’amarezza, questo film… Impressione di disperazione e di rassegnazione insieme, perché ai miei occhi è sempre tristissima la non-espressione delle potenzialità positive di una creatura.

La pellicola, anche se girata senza grandi mezzi, vanta una ricostruzione delle atmosfere, degli abiti e degli ambienti particolarmente precisa e accurata: immancabile all’interno delle abitazioni, dai ricchi palazzi di Lowenhielm e di sua zia, ricchi di fregi e decorazioni, alla casa modestissima di Martina e Philippa, il bel ‘grigio gustaviano’, il colore (grigio-azzurro polvere, freddo, per aumentare la luminosità delle stanze) che tradizionalmente dal XVIII secolo decorava le pareti delle case scandinave.
Degna di nota la recitazione di tutti gli attori, anche se da noi sconosciuti, quasi tutti scandinavi, eccetto la brava e a suo tempo famosa attrice francese Stephane Audran.

Post Scriptum – Nei ‘commenti’ qui sotto al post, in questo mio intervento aggiuntivo, ho tenuto anche a spiegare, a scanso di fraintendimenti, che non c’è alcuna accusa a religioni o modi di vivere di paesi diversi, in quanto la setta fondamentalista del film è una pura invenzione della stessa scrittrice Karen Blixen, un ‘pretesto letterario’  funzionale al racconto e al suo senso più profondo, dunque (infatti la setta non ha nome, ed è fondata  appunto dal Decano, personaggio inventato come tutti gli altri, compresa Babette), e non ci sono offese, sia pur velate, a religioni realmente esistenti, e nemmeno ai luoghi dove  è ambientata la vicenda, o alla loro cultura… visto che la stessa Blixen era danese, così come il regista del film.

≈ Dea Silenziosa ≈

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La campana del convento

Pubblicato da Dea Silenziosa su 10 Febbraio 2009

Thunder oh the hill

Sidney Kingham, Melling, suor Mary, dott. Jeffreys

Titolo Originale:     THUNDER ON THE HILL
Durata     84 minuti
Origine:     USA,  1951
Genere :  GIALLO,    B/N
Tratto dalla piece teatrale “Bonaventure” di Charlotte hastings
Regia: Douglas  Sirk

Mi accingevo a vedere per la prima volta questo film, senza aver ben chiaro cosa dovessi aspettarmi, o meglio, sapevo bene che Douglas Sirk era uno dei registi dei più bei film (melo)drammatici di Hollywood, ho visto una discreta parte della sua nutrita filmografia (solo nell’anno di questo film ne fece altri 3), e mi è molto piaciuto pressoché tutto quel che ho visto di suo.

Quasi sempre ha lavorato con grandi attori del suo tempo.
Tanto per citare solo un paio di titoli:  ‘Come le foglie al Vento’ (visto la prima volta in Tv da adolescente e che allora trovai stupendo, e col tempo quell’impressione si è appena smorzata, solo quel tanto che può accadere una volta che, crescendo, si sono ampliati le conoscenze e i gusti cinematografici, ma lo trovo sempre molto bello) e ‘Lo specchio della vita’ con Lana Turner,  sono suoi, film di grande fama e successo, come molti altri di Sirk, forse talora ritenuti più adatti a un pubblico femminile che maschile… ma in verità Sirk era un bravo scrutatore dei malesseri sociali della famiglia media americana, e lo faceva usando la via del melodramma.

Tornando a questo film, Thunder on the Hill, visto che dal titolo italiano appariva chiaro che si svolgesse in ambito monastico, un po’ lontano e insolito dalla consuete ambientazioni di Sirk, ero piuttosto curiosa, e non mi aspettavo di ritrovarmi a guardare un particolarissimo e bel giallo investigativo!
Ben costruito, senza dubbio originale e con un ritmo che non ti fa distogliere mai l’attenzione.

Siamo in una zona della Contea di Norfolk, recita la didasclia iniziale, flagellata da una alluvione. -Mi sono informata e ho visto che il Norfolk è una contea paludosa e soggetta a alluvioni e nubifragi-
Il film inizia con le scene di un ‘esodo’ degli abitanti del paese e delle campagne del circondario, sotto la pioggia incessante, verso il convento-ospedale di ‘Our Lady of  Rheims’, che sarà l’ambientazione dove avrà luogo il giallo. Il periodo è un qualche anno imprecisato del secondo dopoguerra.
Il convento è un rifugio sicuro, perché sorge su una collina (come da titolo originale), mentre la diga nelle vicinanze sta per cedere alla massa delle acque.
Le suore stanno organizzando un riparo per tutti, sotto la guida dell’infallibile suor Maria, la protagonista (Claudette Colbert), che dirige l’ospedale, e aiuta il dottor Jeffreys (Robert Douglas). Nel convento arriva anche la moglie di questi, Isabel Jeffreys, che in seguito si scoprirà, a sorpresa, avere un ruolo chiave nella storia.

Si fermano, ma per una sosta veloce, anche tre persone ‘particolari’: Valerie Carns (Ann Blyth), una giovane donna condannata a morte per l’omicidio del fratello Jason, e i due agenti che la scortano, il sergente Melling (Gavin Muir) e l’agente Pierce (Norma Varden).
Sono solo di passaggio, hanno fretta: la giovane condannata deve arrivare entro sera alla vicina città, per esservi giustiziata il mattino seguente.
Tuttavia, accade che debbano trattenersi per forza al convento: la diga frana mentre vi sostano, quindi le strade sono inondate, il convento-ospedale resta isolato, e nemmeno un’imbarcazione può essere chiamata, né le autorità e la polizia avvisate del disguido, poiché anche la linea telefonica è andata.
La donna accusata d’omicidio vede rimandare la propria esecuzione per almeno un paio di giorni…

Tanto sarà il tempo, un paio di giorni, che avrà suor Maria (che crede Valerie innocente) per improvvisarsi investigatrice e trovare il vero assassino, complice la circostanza che la popolazione del paese, compreso il colpevole, è tutta radunata nel convento.
Suor Maria ha un suo tormento interiore, che l’aveva spinta a farsi suora anni prima: si sente ancora responsabile del suicidio della sorella minore, per averla separata da un uomo che riteneva inadatto per lei.
E’ solo un suo forte istinto, che la spinge da subito a ritenere innocente, contro ogni evidenza e opinione altrui, la giovane donna condannata a morte, e a fare di tutto per aiutarla, anche se Valerie Carns sembra essere l’unica persona che potesse uccidere il fratello, un uomo dissoluto e violento rimasto paralizzato, e affidato alle cure della sorella Valerie, che lui però continuava ad angariare. Le prove a carico di Valerie sembrano schiaccianti, non pare esserci alcuna via di scampo o soluzione alternativa, ma la suora crede di più al proprio istinto, nonché, man mano che ascolta la storia di omicidio e processo, comincia a intravedere qualche incongruenza, a suo avviso presa troppo alla leggera durante il processo.
E’ una corsa contro il tempo, ce n’è pochissimo, prima che le linee telefoniche siano di nuovo in funzione e possa arrivare una barca della polizia a portare la prigioniera al patibolo!
Suor Maria indagherà incessantemente giorno e notte, aiutata da suor Josephine, la cuoca, che ha l’abitudine di collezionare giornali vecchi per ricoprire gli scaffali delle dispense, e insieme cercheranno proprio fra i fogli di giornale dei tempi del processo, tutti gli articoli riguardanti le deposizioni e gli atti, per ricostruire i dettagli e cercare particolari sfuggiti o importanti.
Prezioso aiuto le verrà da Willy, l’ingenuo factotum del convento, all’epoca del delitto uomo di fatica presso i Carns, importante testimone e anche lui personaggio chiave in possesso di un tassello del puzzle, nonché devoto a suor Maria e disposto a fare qualsiasi cosa per aiutarla.
E aiuto decisivo avrà anche, alla fine, dal farmacista Abel Harmer (John  Abbott), che depose ai tempi del processo, così come fece anche il dottor Jeffreys.
La circostanza del nubifragio, fa sì che tutte le persone in qualche modo all’epoca coinvolte nell’omicidio di Jason Carns (la condannata a morte, i testimoni al processo, i conoscenti, amici di famiglia, l’ex domestico, il medico, il farmacista, e anche Sidney Kingham, l’allora fidanzato di Valerie), siano radunate tutte sotto il tetto del convento, e suor Maria continua a fare domande a tutti sulle cose che la lasciano perplessa, ma non solo…
Ella, nell’ansia di aiutare la condannata a morte, arriverà anche a infrangere sia le regole monastiche, sia la legge (il sergente la accusa di impedimento del corso della giustizia), ponendo a rischio la sua carriera di suora esemplare, pur di arrivare in fondo alla verità (…una sorta di antesignana cinematografica di Guglielmo da Baskerville, nel ‘Nome della Rosa’!), e mette anche a rischio la sua popolarità presso la gente rifugiata nel convento, poiché la popolazione è estremamente ostile verso Valerie, giudicata unanimemente un’assassina.

Aveva già fama fra le infermiere del convento-ospedale, di far valere sempre le proprie opinioni, e “aver sempre ragione“: un’infermiera che le si ribella per un ordine ricevuto, le dice “Volete sempre imporre il vostro punto di vista. Se non aveste voluto sempre aver ragione, vostra sorella sarebbe ancora viva!“. E tuttavia, questa testardaggine di suor Maria nel voler imporre i propri punti di vista nonostante tutto e tutti, sarà la via che porterà a ricostruire la vera storia dell’omicidio di Jason Carns.
Non mancheranno nemmeno scontri con la Madre Superiora (Gladys Cooper), che è tuttavia molto affezionata a suor Maria e ne ha grande stima: “Non conoscevo questo lato del vostro carattere” dice la superiora, “la caparbietà di imporre la vostra volontà, l’impulso ostinato di avere sempre ragione!
Voi credete di essere una fallita, perché pretendete di fare troppo!

Come dicevo, il ritmo è serrato, anche perché tutto avviene necessariamente in un breve lasso di tempo, e la suora non ha molti strumenti a sua disposizione, eccetto la sua caparbietà, l’intelligenza, forse il senso di colpa verso la propria sorella suicida, e la devozione e l’affetto e l’aiuto di suor Josephine (e dei suoi vecchi giornali provvidenziali) e di Willy.
Il finale, e la scoperta del vero assassino, è un bel colpo di scena, e avviene appena un attimo prima che la polizia arrivi con una barca per portar via Valerie. Invece porterà via il vero colpevole. Non prima che questi, per salvarsi, nel concitato finale, abbia anche tentato di uccidere suor Maria, una volta smascherato mentre sono soli.
I passaggi attraverso cui si arriva alla soluzione, e in genere i particolari del film, sono curatissimi.
Si può intuire da quanto detto che c’è finezza psicologica, in questo giallo di origine teatrale, ma anche una buonissima recitazione corale da parte di tutti gli attori, un cast affiatato e ben scelto (perciò cito i principali qua sotto). Spiccano:  naturalmente Claudette Colbert, come sempre fine ed elegante, nella sua recitazione estremamente espressiva anche nell’insolito, per lei, ruolo di suora, che impone una certa pacatezza alla sua, più consueta, verve spumeggiante; e Ann Blyth, espressiva, forse sopra le righe, ma rende bene la parte della giovane donna innocente terrorizzata dall’incombenza del patibolo, dai nervi scossi da mesi di accuse e tentativi disperati di dirsi innocente, pronta a passaggi repentini da stati di calma a crisi isteriche o di pianto.
Ho apprezzato tanto il modo di usare i primi piani alternati alle scene d’insieme. E ho apprezzato la totale assenza di tempi morti.
Insomma, ho scoperto un giallo avvincente!

Attori e ruoli:
Claudette  Colbert:     Suor Mary Bonaventure
John  Abbott:         Abel Harmer, il farmacista
Ann  Blyth:             Valerie Carns, la condannata a morte
Anne  Crawford:     Isabel Jeffreys
Robert  Douglas:     Dott. Jeffreys
Philip  Friend:          Sidney Kingham, fidanzato di Valerie
Connie  Gilchrist:     Suor Josephine, la cuoca
Michael  Pate:        Willy, il factotum
Gavin  Muir:              Sergente Melling
Phyllis  Stanley:     Infermiera Phillips
Norma  Varden:     l’agente Pierce

Soggetto:  Charlotte  Hastings, autrice della piece teatrale.

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Deliverance

Pubblicato da Dea Silenziosa su 30 Gennaio 2009

Deliverance-DuellingBanjos.mp3

La musica che ho inserito qui sopra è associata alla prima scena che mi viene in mente quando penso a questo bellissimo film: il duetto /duello fra il banjo di un bambino di campagna affetto da una tara fisica e la chitarra di un civile uomo di città, in mezzo ai monti Appalachi.

L’uomo è Drew (Ronny cox), uno dei quattro protagonisti del film cult Deliverance (Un tranquillo week end di paura, 1972) di John Boorman.
Quattro amici, Lewis (un fulgido Burt Reynolds), Ed (Jon Voight), Bobby (Ned Beatty) e Drew, uomini di affari di Atlanta, si apprestano a trascorrere un weekend fuori dal consueto e avventuroso, trascinati dall’esuberante Lewis. Il fiume Chattooga, pieno di pericolose rapide e immerso in una natura selvaggia, sta per essere deviato, una diga sarà costruita e l’acqua sommergerà la Cahula Valley (fra South Carolina e Georgia), e Lewis (che porta con sé arco e frecce) è deciso a guidare i suoi amici in una discesa in canoa attraverso le rapide, prima che quel luogo venga definitivamente stravolto. L’unico che davvero è fisicamente e psicologicamente preparato all’impresa è forse lo stesso Lewis, gli altri non hanno nemmeno nozioni di come si va in canoa, e non hanno nemmeno l’entusiasmo di Lewis per la natura incontaminata: il loro primo errore, sottovalutare la natura e i luoghi.

I quattro arrivano a una casupola sperduta nella foresta, dove chiedono a dei “villani” di portare dietro pagamento le loro automobili nella città a valle, mentre loro arriveranno a valle in canoa, appunto. Già questo primo incontro con i contadini del posto ci mostra gli abitanti di queste zone degli USA come personaggi abbastanza inquietanti, molto selvaggi, arretrati, analfabeti, chiusi sia come individui che come comunità, al punto che si accoppiano anche fra consanguinei procreando figli pieni di tare e malattie come quel ragazzo del Banjo.
Il loro secondo errore: non aver tenuto conto della “diversità” degli abitanti dei luoghi.
I quattro amici compiono la prima parte della discesa in canoa, poi si accampano a trascorrere la notte sulla riva: è significativa la scena in cui Ed al mattino si sveglia prima degli altri e prova a cimentarsi con l’arco di Lewis: mira a un daino, ma la mano gli trema troppo, sbaglia mira. Ed non è affatto tagliato come Lewis per destreggiarsi nella natura selvaggia e con le armi, e di questo andrà tenuto conto in seguito. Comincia la seconda parte della discesa, gli equipaggi cambiano: su una canoa Lewis e Drew, sull’altra Ed e il pesante Bobby. Le due canoe si distanziano e perdono di vista, allora Ed e Bobby decidono di approdare, ma appena sbarcano, incontrano due individui brutali e armati di fucile, e ostili. Dopo un breve preambolo verbale passano all’aggressione fisica: uno dei due sodomizza Bobby, mentre l’altro tiene in ostaggio Ed e minaccia col fucile . Quando sta per toccare a Ed arriva Lewis, calmo, silenzioso, letale, lui sì che sa adoperare l’arco: centra in pieno lo stupratore di Bobby, l’altro individuo, “lo sdentato”, riesce a fuggire.
C’è una discussione accesa sul da farsi, scontro di opinioni e di caratteri; Lewis è decisissimo a occultare il cadavere, tanto più che il posto, a breve, sarà sommerso dall’acqua. Pensa che correrebbero un rischio maggiore a denunciare l’accaduto, sarebbero accusati d’omicidio e giudicati da una giuria del luogo probabilmente piena di parenti del morto. Drew è del parere opposto: ligio fino all’ossessione alle regole della società civile vorrebbe agire in maniera impeccabile, raccontando tutto alle autorità, pensa che le regole valgano ancora, lì, in quel posto. Bobby sta dalla parte di Lewis, per rabbia personale, è stato stuprato, e per non dare alcuna “pubblicità” all’accaduto. Il voto decisivo sul da farsi tocca all’irresoluto Ed, che alla fine decide a favore di Lewis. Dunque sotterrano il cadavere e procedono il percorso in canoa.
Ora hanno grandi 2 pericoli da affrontare: il selvaggio “sdentato” che sta appostato sui monti sopra il fiume pronto a vendicarsi, e che probabilmente li tiene sotto tiro, e la Natura, le rapide, il fiume nel suo tratto più pericoloso.
E infatti lo sdentato spara a Drew, in canoa con Lewis, poi la canoa è travolta dalle rapide, i nostri raggiungono la riva, a fatica Lewis è tratto in salvo, ma si trovano in un mare di guai: Lewis è gravemente ferito, ha una gamba rotta, la febbre che aumenta, e la notte sta calando, mentre loro sono così, bloccati su una riva col nemico che aspetta in cima allo strapiombo sopra di loro. Essendo rimasti ormai in tre, ma Lewis fuori uso e Bobby troppo pesante, Lewis, sempre più lucido degli altri nonostante la febbre, dice a Ed cosa deve fare: arrampicarsi sulla parete a strapiombo e farla finita col montanaro usando l’arco. Impresa all’apparenza pressoché impossibile. Ed non era riuscito nemmeno a colpire il daino inerme, e “lo sdentato” ha un fucile.
Il resto guardatelo se non l’avete ancora fatto. ;)

A proposito della “paura” che leggiamo nel titolo…  Ecco, la prima volta che ho visto questo film mi sono detta che il titolo italiano era esagerato, inadatto: il film non mi aveva fatto alcuna paura.
Infatti è più calzante e significativo il titolo originale, Liberazione (deliverance): da un certo momento in poi tutto il film è tensione pura, attesa di una liberazione da una trappola, da un incubo, da una situazione terribile e insostenibile in cui ne va della vita, e da cui sembra che “non se ne esca più” (Bobby).
La paura, l’angoscia opprimente, non è dello spettatore, ma è dei protagonisti del film, e si comprende solo se si prova a immedesimarsi nei personaggi.
Partono per qualcosa che credono una gita, solo un po’ più movimentata, pensando di divertirsi a fare i selvaggi della domenica; e invece si trovano ad affrontare situazioni a dir poco pesanti: omicidio, essere brutalizzati, rischiare grosso con la legge, occultare cadaveri, preparare versioni false dei fatti accaduti e sostenere interrogatori a cui non sono preparati, uno di loro che muore, Lewis che forse perde la gamba, gli altri due feriti e traumatizzati a vita… Il fiume, le rapide, la Natura che avevano sfidato li hanno travolti e battuti, e non ci avevano pensato, così come non avevano minimamente pensato ai problemi che avrebbero avuto con gli indigeni.
I quattro cittadini avevano sottovalutato ogni cosa.
E questo weekend lascerà segni indelebili in tutti loro…

Come tipicamente nei migliori film americani anni ’70, si affrontano temi rivoluzionari, controcorrente, che fecero molto scalpore perché difficilmente affrontati prima al cinema: lo stupro omosessuale nei confronti di Bobby, per esempio, o la raffigurazione esplicita di alcune fasce di popolazione impensabilmente arretrate e degradate all’interno della moderna società USA, o il fatto che talvolta la legge e i suoi rappresentanti possano essere nemici e persecutori dei protagonisti.
E quindi il titolo inglese deliverance, liberazione: la liberazione da una situazione insostenibilmente violenta proviene proprio da altri atti di violenza necessari alla sopravvivenza, che però la legge non comprenderebbe.
L’estremo realismo rende questo film memorabile.
A parte il brano da antologia che ho messo all’inizio del post, e poca altra musica, il sonoro è costituito prevalentemente dai rumori della natura, cornice dell’incubo.
Parte del realismo viene anche dal fatto che la produzione cercò di minimizzare i costi (è un esempio di gran film, candidato a vari oscar e divenuto cult-movie, realizzato con un budget minimo!), e fra le altre “restrizioni” gli attori non ebbero controfigure, in nessuna scena: e pensare che le sequenze dei protagonisti che si destreggiano in canoa fra le rapide del fiume sono straordinarie, oso dire le migliori del genere nella storia del cinema (quindi un plauso ulteriore agli attori) !
Mentre i “montanari” erano davvero gente del luogo. Dietro suggerimento di Burt Reynolds, la parte dello “sdentato” fu data a Herbert ‘Cowboy’ Coward, poiché questi era davvero analfabeta, senza denti e balbuziente.
A proposito di Burt Reynolds, all’apice del suo splendore, con questo film si consacrò a simbolo dell’attore virile per eccellenza di quegli anni. Non posso non essere d’accordo: il personaggio di Lewis, con la sua sicurezza e lucidità mantenute in ogni momento, con le capacità che dimostra realmente, mentre agli occhi degli altri sembra un po’ sbruffone, mi piace molto, anzi è il mio preferito nel film, e senza dubbio l’interpretazione decisa di Reynolds e la sua presenza fisica contribuiscono non poco.
Ed, è irresoluto, maldestro, sempre indeciso e tremolante, anche se gli tocca decidersi ad agire suo malgrado proprio per la sopravvivenza, Bobby è piuttosto superficiale, Drew troppo “bravo cittadino” pauroso di staccarsi dalle formalità qualunque cosa accada. De gustibus…

Curiosità dal Web:
- La parte di Lewis doveva essere di Marlon Brando, nientemeno, e quella di Ed, di Lee Marvin, ma lo stesso Marvin leggendo il copione suggerì giustamente di scegliere degli attori più giovani.
- Il film è basato su un libro di James Dickey, che in questo film è anche sceneggiatore e attore: interpreta lo Sceriffo!
- La scena dello stupro di Bobby è stata citata con precisione da Quentin Tarantino in Pulp Fiction, nello stupro di Marcellus Wallace.

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Avventura Medieval Fantasy!

Pubblicato da Dea Silenziosa su 26 Gennaio 2009

13guerr32Dopo aver parlato di in mostro sacro, rendo merito (perché no) a uno di quei film “minori” nello star system hollywoodiano, che invece ha i suoi (molti) pregi.
Come catturare gradevolmente l’attenzione dello spettatore per un’ora e 40 minuti (più o meno) di tensione, emozione e divertimento, più la piacevole sorpresa di un certo spessore culturale dato da una correttissima documentazione storica.

Il 13° Guerriero” è tratto da un romanzo di Michael Crichton, “Mangiatori di Morte”.
E’ stato definito un medieval-fantasy, un film d’avventura, thriller, un pizzico horror: è sicuramente tutto questo e anche qualche cosa di più.

Siamo nell’alto medioevo, prima dell’anno 1000, un giovane arabo, A. Ibn Fahdlan, viene inviato viene inviato come ambasciatore presso il Re di Bulgaria, ma incontra durante un viaggio un gruppo di Normanni, da quelle parti per commercio o scorrerie. Proprio in questo frangente, mentre è ospite nell’accampamento normanno col suo fedele consigliere Melchisidek (un piacevole cameo del sempre bravo Omar Sharif ), viene portata notizia ai vichinghi che nella loro terra d’origine, all’estremo nord, accadono fatti terribili che richiedono il loro rientro, una grave, orribile paurosa minaccia incombe, un “terrore antico”. L’oracolo che i Normanni portano con sé, prontamente interrogato, dice che 12 guerrieri dei loro dovranno affrontare il problema, ma per la riuscita dell’impresa si dovrà unire a loro un tredicesimo guerriero che non sia normanno: ovviamente sarà l’arabo (Antonio Banderas), a partire con i 12 guerrieri vichinghi, in qualità di tredicesimo guerriero.
Inizia un viaggio avventuroso per terra e per mare, durante il quale l’arabo, poeta e un po’ snob, scopre lentamente la profondità e la spiritualità della cultura dei “barbari”; si arriva alle terre dei vichinghi, e qui il mistero e un brivido di paura cominciano ad aleggiare sulla storia: nei villaggi normanni fanno incursione degli esseri primitivi, gli Wendol, tanti, ferocissimi, orridi e cannibali, che arrivano la sera quando cala “la bruma”, sterminano la popolazione e ne mangiano i cadaveri. La superstiziosa gente locale crede siano creature metà uomini metà orsi (poiché i cannibali indossano pelli e artigli d’orso), e la paura è acuita dal fatto che dopo le stragi spariscono all’improvviso così come compaiono. I 13 guerrieri avranno i loro grattacapi per sgominarli.

Il film è ben fatto e davvero godibile e avvincente, il mistero, la magia e la mitologia si fondono rendendolo originale. Scivola via coinvolgendo in modo appassionante, la tensione non viene mai meno. Direi che è persino epico nella sua solida semplicità di film d’avventure.
Ha la piacevolezza di un fantasy, ci sono suggestivi effetti speciali, e in più la parte storica è davvero curata in tutti i dettagli in maniera meticolosa e corretta, al contrario che in tanti filmoni o polpettoni tanto pubblicizzati, magari per la partecipazione di attori più famosi, ma che sono delle boiate [esempi: Troy, Alexander, e in cima Braveheart (bello solo nelle scene di battaglia) con quella mummia di Mel gibson che già proponeva cose improbabili e assurde: vedi Braveheart-Wallace che va a letto e concepisce con la futura regina d'Inghilterra... Sono più realistici gli Wendol del “tredicesimo guerriero”! E poi spiego pure perché].

L’atmosfera è cupa, notturna, surreale e “nebbiosa”, esattamente come è nelle lande nordiche e il periodo storico è descritto perfettamente, anche nei suoi lati più sgradevoli (la mancanza d’igiene, l’estrema semplicità perfino nella casa del Re delle terre minacciate, che è poco più d’una capanna, e infatti all’epoca le abitazioni in muratura erano molto rare persino fra i nobili d’alto rango), e pure nei costumi, nelle usanze rappresentate e storicamente confermate, persino negli attori, sconosciuti (a parte Banderas e Sharif), ma efficaci sia nel caratterizzare fortemente i singoli personaggi, sia per rappresentare i normanni o vichinghi come dovevano essere: capelli lunghi, barbe incolte, visi rudi, sguardi di ghiaccio, di poche ma efficaci parole.
Degno di nota perfino il pezzetto dedicato al viaggio per il mare del Nord sul Drakkar (= DRAGO), l’imbarcazione dei vichinghi, in mezzo a onde alte decine di metri: l’arabo, non abituato al mare grosso, chiede come mai non si navighi vicino alle coste, un vichingo gli risponde “questo non è mare per navigare vicino alle coste!”. E infatti nella realtà storica, nel mediterraneo le navi navigavano rasente alle coste e solo i vichinghi erano esperti nel solcare il mare aperto.

Il film è pieno d’ironia, i guerrieri vichinghi saranno pure dei tipi rozzi, ma non mancano né di saggezza né di spirito, infatti il film è anche pieno di battute che tuttavia non nuocciono all’aspetto thriller.
ScenaSu suggerimento della regina della terra nordica, il gruppo di vichinghi e l’arabo si recano da una vecchia saggia o strega, per avere maggiori informazioni sui loro nemici e consigli su come sconfiggerli. Mentre camminano la regina che li guida dice che la vecchia “saggia”: “E’ molto anziana, era già vecchia quando mia nonna era una bambina…è anche un po’ matta”.
Uno dei guerrieri, spiritoso, sottovoce agli altri: “Chissà che consigli!”.

Gli  Wendol, questa popolazione misteriosa e terrificante: non sono tutto frutto di fantasia o solo di antiche leggende! Mi hanno fatto suonare in testa un sacco di campanelli, chiari ricordi di cose lette e/o studiate: anche se forse nel film molte cose saranno state modificate (ed esagerate) da particolari inventati, adatti a farne un film fantasy e horror.

Il loro simbolo, nel film, è un amuleto che indossano, identico alla Venere di Willendorf : le creature terrificanti che mangiano i morti adorano la Grande Madre. La vecchia saggia dice che per sconfiggere questi uomini-orsi bisogna prima uccidere quella che loro venerano come sacerdotessa del più antico culto del mondo, quello della madre Terra: “lei è la terra, cercatela nella terra”, vale a dire nelle grotte.

Storicamente, c’è stato davvero uno scontro fra le civiltà matriarcali (la fenicia, l’assiro-babilonese, la celtica…) e quelle patriarcali che vennero progressivamente a sostituirle, circa 5500 anni fa (erano le civiltà del ferro che s’avvicendavano alle civiltà del bronzo).
Fu con l’avvento delle stirpi indoeuropee, provenienti dall’ Asia Centrale e aventi lo stesso ceppo genetico, culturale e linguistico che ha generato sia gli abitanti della Scandinavia che quelli di Bagdad : la cosiddetta razza Ariana, che condivide identico dna in Germania come in Afghanistan (sono solo esempi); l’arabo, il greco, il latino, l’inglese, il tedesco hanno lo stesso ceppo (sono tutte lingue indoeuropee) .
La religione musulmana appartiene a una società patriarcale come lo è anche la società dei vichinghi, dalla religione “animista” o “pagana”. Per questo nel film simbolicamente combattono insieme quello che è definito nei dialoghi “un terrore antico” : gli ultimi residui focolai delle antiche società matriarcali, che ancora resistevano realmente intorno all’anno 1000 nelle regioni più selvagge del mondo allora conosciuto.
E davvero questi focolai di società matriarcali residue si identificavano nell’orso e vivevano nelle caverne, come quelli del film e del romanzo, perché la caverna per loro rappresentava il ventre della madre terra.
In area Mediterranea le società matriarcali erano state “debellate” molto tempo prima: I Dori avevano piegato Creta dopo aver invaso la Grecia , i Persiani avevano sottomesso i Fenici e gli Assiro-Babilonesi (che per secoli erano stati la spina nel fianco del popolo ebraico, il cui Dio era sempre minacciato dai culti dei (matriarcali) Fenici e Babilonesi, leggi Antico Testamento); i Romani, cugini dei Dori, spodestarono i post-matriarcali etruschi e poi sterminarono i Cartaginesi, di origine fenicia, arrivando a dominare tutto il Mediterraneo.
E poi arrivarono il Cristianesimo e la religione Musulmana…le antichissime società matriarcali furono sepolte da stratificazioni religiose, sociali, culturali… (ci sono libroni di antropologia e storia per queste cose… scusate la digressione, mi ha preso la mano… ma, io vado a ruota libera).


Per questo dico che questo film così avventuroso, e eroico da sembrare un fantasy, mi ha impressionata per la documentazione molto corretta riguardante i particolari storici e simbolici, persino quelli che non possono essere colti da tutti.

Bè, una volta svelato il mistero dei Wendol, appurato che non sono creature sovrannaturali come la superstizione degli abitanti del luogo vorrebbe, scoperto il modo di colpirli nonostante la loro superiorità numerica, inizia la parte epica e spettacolare del racconto.
Le battaglie sono aspre, precedute da agghiaccianti silenzi, la violenza c’è ma non è ostentata, non manca la spettacolare abilità nell’uso delle armi bianche. E’ un manipolo di pochi che combattono contro molti, coraggiosamente rassegnati a morire, ma consapevoli che sarà un grande onore.
Bellissima la scena in cui, prima dello scontro finale, l’Arabo dice la sua preghiera ad Allah e i cavalieri normanni dicono la loro, corale, rivolta agli dèi del Vahlallah (video da YouTube).   Bellissimi i combattimenti.

Un’ultima osservazione: il film gioca molto su ciò che si vede e ciò che realmente è. Per insegnare all’Arabo inesperto questo concetto uno dei suoi 12 compagni, di corporatura normale, si batte in duello, a scopo “di esempio”, con uno scagnozzo del figlio traditore del Re, un uomo gigantesco: sulle prime finge di avere la peggio, poi con enorme facilità e abilità mozza la testa al gigante. Poi dice all’arabo: “Qualsiasi sciocco sa calcolare la forza: bisogna tener conto di ciò che non si vede, e temere quello che non si conosce”.
Che poi è il succo dell’intera vicenda: la lotta inquietante contro l’ignoto e l’invisibile.
Direi che il regista John McTiernan si auto-cita, essendo lo stesso regista del film Predator, altro horror, con una inquietante presenza invisibile e letale.

E ora vado a delirare fuori dal blog, fermo restando che resto sempre aperta e grata per consigli, correzioni, pareri, critiche, dialoghi e quant’altro !

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Rebecca

Pubblicato da Dea Silenziosa su 18 Gennaio 2009

Una giovane semplice e timida, che fa la dama di compagnia per mantenersi, sposa un nobile e ricchissimo vedovo, e va a vivere con lui nel suo castello di famiglia, Manderley, su cui grava come un incubo il ricordo fin troppo tangibile e ossessionante di Rebecca, la prima moglie.
Questo infatti è il titolo del primo film americano di Hitchcock, e anche, forse, il miglior film di tutta la sua carriera.
Fra le molte cose che amo di questo film perfetto, c’è che è una vetta sia nell’ambito del racconto gotico che in quello del thriller, e al contempo un capolavoro del genere psicologico (che tanto affascinava il grande regista).

Si tratta di una delle pellicole in cui il genio Hitchcock analizza in maniera straordinariamente veritiera le dinamiche più profonde della psiche femminile senza incappare né in banalità né in concezioni misogine.
Dico che è “straordinariamente veritiero” perché metto subito in chiaro che molti dei sentimenti e degli stati d’animo della protagonista hanno spesso attanagliato anche me, e credo anche molte altre donne, anche se per motivi diversi da quelli del film, e per questo mi piace parlarne, e soprattutto, di questo particolare aspetto umano, l’insicurezza, la fragilità, la paura di essere rifiutata o comunque inadeguata, spesso la paura di essere paragonata a qualcun altra e non reggere il confronto.

A volte può essere solo un’impressione data dall’insicurezza.
Nel caso di questo film, dal momento che è pur sempre un thriller, l’insicurezza della protagonista è anche volutamente alimentata dalla perfida governante del castello, come si vedrà.
Il personaggio della protagonista (Joan Fontaine) assume una centralità quasi unica, non a caso, infatti, la storia è narrata interamente dal suo punto di vista, così come accadrà ne “Il sospetto”. È proprio dai ricordi della giovane donna che si dipana il racconto in flashback, a partire dal primo incontro della protagonista con il suo futuro marito.
L’attrice è perfetta nella parte della tenera e ingenua ragazza fin troppo semplice e imbranata, che entra a far parte all’improvviso di un mondo di ricchi aristocratici in cui si sente fuori luogo, inadeguata, fragile, terribilmente insicura, pur amando moltissimo il marito, Max de Winter (Laurence Olivier in gran forma).


La vicenda parte infatti come sfolgorante e romantica storia d’amore, ma ben presto, dopo l’arrivo dei novelli sposi nel Castello di Manderley, la gioia sparisce e prende il suo posto una sorta di angoscia sentimentale spiazzante per il pubblico e per la protagonista: da subito la giovane sposa sente raccontare da tutti “quanto era bella Rebecca”, “quanto era brava Rebecca in ogni cosa”, “quanto era elegante Rebecca”, “quanto era perfetta Rebecca”, “Rebecca sapeva andare a cavallo splendidamente e sapeva pilotare il panfilo come un marinaio nato”… una sorta di lavaggio del cervello, per la già insicura ragazza che si convince di essere troppo inferiore a Rebecca, e che sarà sempre inadeguata rispetto a tanta ineguagliabile perfezione. Ma Rebecca era un’aristocratica di nascita e come tale educata a fare tutto ciò che fra gli aristocratici era “normale”: la nuova sposa è orfana da tempo, è di un’altra classe sociale, a paragone di Rebecca non sa fare nulla, è semplice, non sa nemmeno vestirsi o pettinarsi adeguatamente alla sua nuova condizione, e ne soffre, e a nulla vale ciò che il marito le dice distrattamente: “a me piaci così“, oppure “sii come sei e tutti ti ameranno“, lei non ne è convinta, e non del tutto a torto, per come vanno le cose a Manderley.
Nel castello si sente un’intrusa, un’ospite indesiderata invece che la padrona di casa. “Rebecca non aveva paura di nulla”, dicono, e lei invece comincia ad avere paura di tutto, ha soggezione della servitù e paura della tremenda governante, ma soprattutto ha paura di non essere davvero amata dal marito, di non essere in grado di reggere il confronto con la prima moglie. Ormai è in balìa di mille dubbi e non ha più alcuna certezza…Per di più sente anche dire spesso dagli altri “quanto Max amasse Rebecca”, e comincia a convincersi a poco a poco che il marito non la ama, ma si è risposato per non essere troppo solo, o per cercare di scacciare invano i ricordi e la malinconia.
La presenza di Rebecca nella casa è forte e ossessionante, come se la defunta fosse lì, viva ; la servitù, gli amici di famiglia, i parenti o i conoscenti ne parlano ancora sempre, e bene, ad eccezione del marito Max, che non la nomina MAI.

Le iniziali con la R di Rebecca sono ricamate su tovaglioli, lenzuola, cuscini, biancheria di tutta la casa; la giovane sposa se le trova davanti su quaderni, agende e rubriche nello studio, insomma sono ovunque come una persecuzione; la camera di Rebecca è chiusa, lasciata esattamente com’era al momento della sua morte, come fosse un sacrario, almeno così appare agli occhi della ragazza; e lei si pone tante domande, è confusa, comincia a sentirsi continuamente sotto esame, continuamente paragonata all’altra e inadeguata, e si convince di essere disprezzata per non essere alla sua altezza.
Lo dice apertamente sia in uno sfogo con l’amico di famiglia Frank, sia, più tardi, al marito Max; confessa angosciata di sentirsi inferiore a Rebecca in tutto, e di “sapere” che tutti, dai domestici al marito, quando la osservano, nella loro testa fanno paragoni fra lei e Rebecca: “so cosa pensano, non fanno altro che confrontarmi con lei”.
Questa presenza della prima moglie è resa ancor più angosciante se si considera che lo spettatore non verrà mai a conoscenza del nome della protagonista, la cui persona è però costantemente presente e visibile sullo schermo; mentre il nome di Rebecca, l’Assente, domina tutto il film. E’ il meccanismo che Hitchcock usa in “Rebecca, la prima moglie” : ottenere un’oppressione crescente parlando di una morta, di un cadavere che non si vede mai.

Lo stato d’animo della novella sposa è in gran parte dovuto all’opera di un altro personaggio-chiave: la governante, la signora Danvers, devotissima fino all’adorazione verso Rebecca, che aveva servito da prima che si sposasse, e che non sopporta di vedere un’estranea prendere il posto della sua padrona morta. La terribile governante Danvers (ottimamente interpretata da Judith Anderson) è uno dei personaggi più follemente cattivi mai visti al cinema , che con lucida pazzia, persegue il suo piano per portare la nuova arrivata a uno stato di disperazione tale che le permetta di indurla al suicidio: infligge alla poveretta una lenta persecuzione psicologica, che è la causa principale della condizione di fragilità dubbi insicurezze disperazione in cui la ragazza cade.

Dice Hitchcock stesso: “Ecco una cosa che ho fatto molto sistematicamente in “Rebecca”: la signora Danvers, la governante, quasi non camminava, non la si vedeva mai muoversi da un posto all’altro. Per esempio, se entrava nella camera dove c’era la protagonista, la ragazza sentiva un rumore e la signora Danvers si trovava lì, sempre lì, in piedi, immobile. Era un mezzo per mostrare la situazione dal punto di vista della protagonista: non sapeva mai dov’era la signora Danvers e così era più terrificante; vedere camminare la signora Danvers l’avrebbe umanizzata”.

A sottolineare il senso di insicurezza che domina la giovane sposa sono anche elementi quali l’imponente scenografia e l’isolamento del castello di Manderley. Tutti questi fattori, infatti, mettono in risalto lo stato di soggezione della protagonista, che risulta ai nostri occhi sempre molto piccola rispetto agli oggetti che ha intorno. In più essi ci mostrano che la protagonista non ha vie di fuga; deve combattere in un territorio isolato ed ostico, una enorme dimora, sperduta chissà dove, vicino a paurose scogliere e al mare sempre in tempesta.

Ancora il regista dice: “La casa di “Rebecca” non aveva alcuna collocazione geografica, era completamente isolata. E’ istintivo da parte mia: “Devo tenere questa casa isolata, per essere sicuro che la paura sarà senza possibili vie d’uscita”.La casa, in “Rebecca”, è lontana da tutto, non si sa neanche quale sia la città più vicina.”

Max de Winters, il marito, per parte sua, appare assorto nei suoi pensieri e sembra non dare alla moglie l’affetto di cui lei avrebbe tanto bisogno per sentirsi meno oppressa e insicura, non la comprende e appare distaccato, quindi non l’aiuta a superare i momenti di difficoltà, non le dà le rassicurazioni e le spiegazioni che lei vorrebbe circa molte stranezze, perché non parla mai della prima moglie morta, e lei non ha coraggio di chiedere.
Lui è raffinato, freddo, ma tormentato da sensi di colpa che si sveleranno più tardi, non riesce a manifestare le sue paure segrete e perciò appare ambiguo nei confronti della sposa, non la capisce e sembra evitarla.
Solo quando riuscirà a spiegarle ciò che lo turba si rivelerà in un uomo fragile schiacciato anch’egli dalla presenza di Rebecca, e quindi affine per molti versi al personaggio della protagonista.

Hitchcock si manifesta pienamente come il Re del Non Detto, niente è come appare, tutto è un equivoco, tutto può essere travisato: la giovane moglie pensa che il marito sia sempre assorto nel ricordo di Rebecca per amore, invece lui è assorto in preoccupazioni che riguardano le circostanze della morte della moglie, circostanze che, improvvisamente rivelate, porteranno a un’inchiesta in cui Max dovrà difendersi dall’accusa di aver ucciso Rebecca, e ribalteranno situazioni e ruoli dei personaggi. E appunto i rapporti ambigui e misteriosi, che coinvolgono tutti i personaggi, costituiscono l’essenza del film.

Quando finalmente la storia scivola nel giallo, e Max de Winters viene accusato della morte di Rebecca, e c’è un mistero fittissimo da dipanare, il regista può percorrere il binario più familiare del thriller intenso e condurre la vicenda alla spettacolare conclusione.
Mi ha colpita il particolare momento in cui Max, sempre così freddo e sicuro in apparenza, finalmente si confida con la seconda moglie sul passato, e, ormai sospettato della morte di Rebecca, ha quasi un cedimento, tende ad abbandonarsi al destino, pensa non ci sia più nulla da fare, che sarà processato e giustiziato.
Ora la giovane moglie sa cosa passa nell’animo del marito, dissolti gli equivoci e dissipati i misteri che la dividevano da lui, sa di essere molto amata dal consorte, egli le rivela che Rebecca era in realtà una donna arrogante e terribile, e non il modello di perfezione che tutti credevano: e allora la timida ragazza tira fuori forza e grinta e coraggio insospettati; al cedimento psicologico del marito è lei che lo scuote, prende a esaminare la situazione con maggiore lucidità di lui, lo esorta su ciò che è meglio fare per la sua salvezza, e durante il processo sulla morte di Rebecca, resterà costantemente al fianco del marito.

A questo punto i colpi di scena ormai si susseguono in un ritmo incalzante e gli innumerevoli misteri sono del tutto risolti soltanto con la rivelazione finale, che sorprende tutti, persino tutti i protagonisti del film stesso, Max compreso, da film raffinatissimo e sottile quale è.

Dimenticavo: non manca la presenza del mascalzone di turno, nella fattispecie interpretato da George Sanders (grande!), che in queste parti si calava in maniera superba e sorniona: e francamente, la presenza di un poco di buono così come lo sapeva interpretare questo attore, mette allegria.

Aveva ragione il grande Hitch a dire che anche in un film così ci vuole un tocco d’umorismo.

Per la cronaca.
Il film è tratto da un romanzo di Daphne du Maurier e il produttore del film era David O. Selznick, il produttore più prepotente di tutta Hollywood.
Egli impose al regista di mantenersi molto fedele al romanzo: Selznick aveva appena prodotto il film più importante della sua vita, “Via col vento” che aveva ricevuto ben dieci premi Oscar e un successo al botteghino unico per l’epoca; per questa ragione riteneva che il pubblico non gradisse che si modificasse la trama di un libro per realizzare un film.
Ma il libro era un classico melodrammone dell’epoca, mentre Hitchcock era il maestro del giallo, del thriller : si sentiva ed era fortemente limitato.
Per evitare la banalità del melodramma ricorse agli espedienti di cui ho già detto più sopra, trasformò ogni dettaglio in una sorgente di suspence, giocò con le memorabili atmosfere, nebbiose e oniriche, sempre cupe, angoscianti ma anche romantiche, con giochi di luce e ombre che dire suggestivi è poco, con la costante presenza dell’acqua (il mare vicino alla casa, la pioggia quasi continua), con i lunghi intensissimi silenzi, con la bellezza delle immagini da stupenda fiaba gotica.

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Insider

Pubblicato da Dea Silenziosa su 12 Gennaio 2009

insider1Recentemente ho rivisto ”Insider” (1999), di Michael Mann, con Al Pacino e Russell Crowe, film su una storia vera.
Stasera mi sono messa al pc, a (s)ragionare su questo post notturno e a cercare la musica che metto a disposizione nel link qui sotto.

Insider_LisaGerrard.mp3

E’ uno dei brani (si intitola “Sacrifice”) della stupenda colonna sonora di questo film, la voce è di Lisa Gerrard, guarda caso l’anno successivo canterà il famoso brano “Now we are free” nella soundtrack de “Il Gladiatore”, ancora con Russell Crowe che stavolta agguanterà finalmente il meritato Oscar…
Anche per “Insider” ha avuto una candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista (e surclassa Al Pacino), anzi il film intero ha avuto 7 candidature, e assurdamente nessun Oscar … ma in fondo non sono gli oscar che fanno i buoni film e i grandi attori.

E pensavo guardando il film , quant’è bravo Russell Crowe con quella recitazione piena di rabbia contenuta, e disperazione silenziosa, e allo stesso tempo visibile pure da un movimento di sopracciglio, o delle mani, o dall’immobilità stessa; contrapposta alla recitazione agitata, ma stavolta meno del solito, di Al Pacino: due modi di recitare diversi per due personaggi diversi eppure simili.
Lowell Bergman (Pacino) è un giornalista audace, famoso e “d’assalto”, che tratta gli argomenti più scottanti per una trasmissione d’informazione televisiva di grande ascolto alla CBS.
Jeffrey Wigand (Crowe, invecchiato dal trucco per assomigliare al personaggio vero) è uno scienziato, ex-capo ricercatore e dirigente alla Brown & Williamson, azienda produttrice di tabacco, che lo ha licenziato, perché ha un caratteraccio, perché non si adegua alla politica dell’azienda, è poco malleabile, non gli piace scendere a compromessi, e perché dice apertamente ai dirigenti della multinazionale quello che pensa.
Wigand in quanto chimico e dirigente sa che la multinazionale mette nelle sigarette una sostanza che induce assuefazione.
Dopo il licenziamento, ricattato e minacciato, decide comunque di rivelare tutto ciò che sa a Bergman.
Bergman dal canto suo è in buonafede, lo convince a parlare, vincendo le paure di Wigand, dicendogli che non lo abbandonerà mai nell’ardua battaglia che entrambi si apprestano a combattere contro i Giganti, le multinazionali del tabacco.
La cosa è pericolosa, Wigand vuota il sacco pubblicamente, esponendo sé stesso e la sua vita: infatti sua moglie, tipico ritratto di donna della middle class benestante, anaffettiva, abituata a una vita agiata, non abbastanza intelligente e innamorata per affrontare problemi a fianco del marito ma solo capace di scappare a rifugiarsi dalla madre, lo abbandona a velocità della luce nel momento del bisogno, portandosi via le figlie.

La potente azienda del tabacco comincia a smontare l’esistenza di Wigand pezzo per pezzo, trovando ogni falla, ogni suo errore del passato, infangandolo e screditandolo pubblicamente (tattica assai nota agli avvocati nei tribunali, che mirano sempre a rendere poco credibile la controparte mediante le più luride bassezze… ebbene sì, ho studiato giurisprudenza), e pure la CBS rischia grosso nel caso di una costosissima causa minacciata dalla multinazionale, tanto che i dirigenti decidono di fare dietrofront davanti al pericolo, quando ormai Wigand si è esposto e la sua vita è distrutta.
Bergman gli rimane accanto, vuole portare il caso fino alle estreme conseguenze, ma resta isolato dal resto della redazione, subisce forti pressioni, a un certo punto gli viene dato un “riposo forzato” dal lavoro.
Lui continua allora per conto proprio, non volendo né lasciare il caso, né abbandonare a sé stesso Wigand, che stanco e prostrato resiste ancora, lavorando come insegnante…
Come prosegue la storia, lo lascio a chi conosce il film o vuole conoscerlo.

Pensavo dunque, durante il film, a chi ha il dovere di informare i cittadini, ma ha paura dei grandi poteri, e a come i più scendono a compromessi quando è in gioco la propria carriera.
E davvero molto pochi sono coloro che, iniziato qualcosa di importante, hanno coraggio di andare fino in fondo rischiando tutto, se si trovano a urtare grandi interessi.
Pensavo a come un’azione cominciata con le migliori intenzioni possa sfuggire di mano, quando chi la porta avanti è una persona comune, e l’avversario è molto potente, e il cammino diventa a un tratto pieno di trappole e sabbie mobili, e dubbi e incertezze e paranoie, e tutti i progetti e le buone intenzioni appaiono dispersi, e nulla va come ci si aspettava, o come si sperava.
Pensavo ai due personaggi, che sono persone del tutto comuni, che di fatto sono eroi (specie Wigand che è quello che paga di più) non nel momento in cui iniziano qualcosa di grande e pericoloso, ma nel momento in cui tutto gli crolla addosso, e gli altri si mettono al riparo e li abbandonano, mentre loro scelgono la strada più dura, quasi che debbano perseguire una missione.
Pensavo a Al Pacino che dice che “la libertà di stampa è per chi possiede la stampa”.
E al vecchio giornalista interpretato dalla vecchia gloria Christopher Plummer che dice che “è la fama che ha la vita breve, l’infamia invece dura di più”.
Alla moglie di Bergman che è l’esatto opposto di quella di Wigand: è intelligente, indipendente e affettuosa; e gli è vicina e gli dà forza e dice: “Devi sapere quello che vuoi fare prima di farlo”.

Mi ha colpita la verità delle parole di Bergman, quando litiga coi suoi colleghi e dirigenti, in preda allo stupore e incredulo davanti alla caduta dei suoi ideali di come si debba fare informazione: “Mi pagate per prendere gente come Wigand e farla uscire allo scoperto. Lo convinco a rivelarci tutto e a esporsi in televisione. Lui si siede e parla, violando il suo accordo di rapporto confidenziale con l’azienda. E’ l’unico testimone chiave, in uno dei più grandi casi di condotta scorretta nei confronti della salute pubblica nella storia degli Stati Uniti.
E Jeffrey Wigand, che si sta giocando la vita, va in televisione e racconta la verità.
E noi lo mandiamo in onda ? Naturalmente NO !
E perché? Perché non dice la verità? No, perché dice la verità ! E più dice la verità, e peggio è !
“.

E pensavo quanto è bella la colonna sonora di questo film, i cui brani sono elencati in questo sito, e soprattutto in questo, dove ci sono degli assaggi; e si adattano bene alle situazioni piene di tensione e struggente apprensione, ai bei personaggi di questo film, all’atmosfera di attesa di una sciagura imminente.

E che mi piacerebbe parlare più spesso delle colonne sonore dei film, perché sono tanto importanti a volte, da essere strettamente funzionali ai film stessi (come in “Dogville” lo era l’assenza di musica).

Il Cast che contorna i due protagonisti è ottimo.
Il regista del film è Michael Mann, molto bravo e stranamente poco conosciuto: eppure un film come “Il silenzio degli Innocenti” è un remake di un suo bel film del 1986, “Manhunter”.

E ho fatto uno scoop pure io: ‘sta Lisa Gerrard che spopola da anni e anni su youtube con la musica del Gladiatore (e del Mulino Bianco), si chiama in realtà Lisa Garrardino !

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Satire amare sul sistema sociale (americano..?)

Pubblicato da Dea Silenziosa su 7 Gennaio 2009

Ho rivisto poco tempo fa in Tv “American Beauty” (1999), film di Sam Mendes, pluripremiato con 5 Oscar, e stavolta, una delle cose su cui ho riflettuto di più, è che vi viene anche rappresentato (fra le altre cose), in modo dissacrante, il concetto di lavoro e di successo degli americani. ambeauty
Il protagonista Lester a 42 anni perde il lavoro, e per la moglie (e la società) è un perdente; sua moglie è diventata isterica e mezza pazza a forza di pensare alla propria scalata per la carriera nel settore immobiliare; un altro personaggio del film, Ricky, il ragazzo vicino di casa con l’hobby della videocamera, fa lo spacciatore, e dispone di un sacco di soldi, tanto che può permettersi all’improvviso una sera di dire alla sua ragazza : “
Andiamo via insieme, adesso ? Non ci dobbiamo preoccupare dei soldi”.
Ecco, non vi sono proprio rappresentati i prototipi dell’ideale di perfettino “uomo di successo” americano, in questo film, eppure a Lester non importa aver perso un ottimo lavoro e Ricky economicamente e come persona si sente a postissimo così (bè in fondo è anche per questo che il film è una satira dissacrante sul sistema).

Al che ho pensato che l’attore Kevin Spacey (Lester) , premiato con l’Oscar in questo film, ha subito dopo prodotto un film molto bello, che tocca di nuovo le tematiche sociali USA.

(Intesi, non è che in Italia stiamo meglio, anzi penso che verso certe problematiche ci stiamo avviando a grandi passi anche noi.)

Si tratta di “The Big Kahuna” (1999), tratto da un’opera teatrale di Roger Rueff.
E’ sempre difficile parlare di un film che viene dal teatro, perché la sua forza è nei dialoghi.
Questo che segue sotto, è il monologo-rap sui titoli di coda del film The Big Kahuna.
E’ recitato da Danny De Vito (che ha una voce diversissima da quella con cui viene doppiato in Italia, più profonda e meno “comica”, molto adatta), conclude il film ed è la parte più conosciuta (andava anche per radio, ai tempi), e andrebbe ascoltato alla fine del film.
Perché tutto quello che accade prima prepara ad ascoltarlo con il giusto spirito.
Ancor meglio sarebbe se ascoltato nella lingua originale, inglese, e con la sua musica.

Goditi potere e bellezza della tua gioventù.
Non ci pensare. Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati , ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t’erano mai passate per la mente.
Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa’ una cosa, ogni giorno che sei spaventato. Canta.
Non esser crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l’invidia.
A volte sei in testa. A volte resti indietro. La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti conto. Rilassati.

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare
della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.


Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche. Le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo. Usalo in tutti i modi che puoi.
Senza paura e senza temere quel che pensa la gente. E’ il più grande strumento che potrai mai avere. Balla.
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza. Ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori. Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli. Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita,
perche più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant’anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo,
passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio… per questa volta.”

thebigkahuna

Gli attori sono “solo” 3 : lo stesso Kevin Spacey, Danny De Vito, e Peter Facinelli; che si riducono a due in effetti dato che Kevin Spacey (che mette la sua esperienza teatrale) e Danny de Vito in versione drammatica e pure un po’ malinconica, come non si vede di solito, sono al massimo della loro forma recitativa e sostengono da soli tutto il film; Facinelli quasi non lo vedi.
Il film si svolge tutto in una sola stanza d’albergo… ma quanta azione e tensione in quella stanza ! E’ tutta una battaglia, di parole e non.
I 3 sono dei venditori, rappresentanti di una ditta, due sono veterani del mestiere, il terzo (Facinelli) un giovane alle prime armi che dovrebbe imparare da loro, ma che non ha la stoffa del venditore; sono ad una “convention” per cercare di entrare in contatto e concludere un affare con un potenziale grosso cliente che potrebbe dar loro un’importante svolta lavorativa, fargli fare il grande colpo, “the big kahuna” appunto: il traliccio di base parte dal tema della fragilità e la precarietà dell’universo dei venditori, uno degli assi portanti dell’economia americana, unito a quello dell’umanità dei protagonisti costretti a stare al passo con una professione sempre più dura ed esigente.
“Vendere un prodotto” é l’essenza stessa del sistema sociale americano, e il superamento della concorrenza è l’impegno principale di chi deve vendere, altrimenti viene messo da parte.
Questa paura, e la difficoltà ad avvicinare il pezzo grosso creano una grande tensione fra i tre, in un crescendo di duelli verbali che ti inchiodano allo schermo come in un thriller.
I due protagonisti principali rappresentano due tipologie opposte di carattere : Larry (Spacey), è il venditore tosto e cinico, preoccupatissimo, un po’ nevrotico, che non riesce a stare con le mani in mano ad aspettare ciò che verrà. Phil (De Vito) è il venditore “filosofo”, divorziato, che dopo tutta la sua esperienza lavorativa e di vita in generale tende a dare meno peso a cose e persone… sembra calmo, rilassato, uno che aspetta lo svolgersi dei fatti fiducioso… ma forse non è fiducia, forse è che non gliene importa più…
Il terzo, Bob, il novellino, sembra quasi mettersi d’impegno per portare ancor più tensione, con i suoi discorsi ottusamente impregnati di un fanatismo religioso che viene prima e al di sopra di tutto…
E a un certo punto i nervi saltano…

I dialoghi sono uno scambio incalzante di battute, e dal dialogo emergono problemi sempre più complessi e inquietanti. Si parla di tutto in quella stanza, si comincia col lavoro, si finisce a parlare della Vita, il vero Grande Affare in cui bisogna giocarsi bene le carte, attraverso tutti gli argomenti di cui si potrebbe discutere tra amici: amicizia, amore, morte, sesso, religione, fiducia, speranza e quant’altro, in un appassionante scontro di personalità.
Grande recitazione. Tante “lezioni di vita” mai banali.

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Essere realisti o vivere di sogni ? Una fiaba.

Pubblicato da Dea Silenziosa su 23 Dicembre 2008

La storia si svolge nel 1913, in un piccolo villaggio agricolo degli U.S.A dove imperversa una tremenda siccità. Il film (una commedia) si svolge per gran parte nella fattoria della famiglia Curry, padre vedovo, tre figli adulti, due maschi e una femmina.
I Curry sono afflitti da due problemi: la siccità, problema comune a tutto il paese, che comincia a uccidere il bestiame; e la figlia Lizzy (strepitosa K. Hepburn per l’ennesima volta nella parte di una brillante zitella) che vive un dramma sia materiale che psicologico: non è più giovane, non è una bellezza, e vede di giorno in giorno allontanarsi le probabilità di sposarsi. Ormai è portata a credere che rimarrà nella casa paterna.
Lei è molto intelligente e razionale, ma i suoi impulsi emotivi le dicono prepotentemente che ha bisogno di diventare una “donna”: ‘una donna può prendere lezioni per diventare donna?’ – dice nel corso del film. E ancora: ‘Nessuno vede la donna che è in me? Sono tutti ciechi?’ (Immaginarsi K. Hepburn mentre lo dice).
E’ molto realista e pragmatica, non si fa alcuna illusione sulla sua situazione, e questo la rende timida e scontrosa all’apparenza, anche se in realtà ha un carattere dolce e buono, e vorrebbe sperare ancora.
E’ trattata teneramente e con amore dal padre Noah e dal fratello minore Jim, che fanno di tutto pur di combinarle qualche incontro, alimentare qualche speranza in lei, dirle che è bella per incoraggiarla.
Invece il fratello maggiore Ned è disincantato come lei (Il padre Noah dice : “Perché tu e tuo fratello Ned non sognate mai!” ).
Ned è pragmatico e inflessibile di carattere, e le parla con cruda sincerità, cercando di spiegarle che l’unica via per lei è rimanere in casa con loro: ‘ è inutile che speri nel principe azzurro, non arriverà nessuno, e finirai zitella, renditene conto, e così sarà meglio per tutti !’. In un dialogo con Ned, Lizzy, che pure lei è sempre molto schietta e sincera con se stessa e con gli altri, gli rivela che però una donna non si risolve nell’essere buona cuoca e massaia, che ha bisogno di qualche cosa di più per sentirsi “donna” : fare felice qualcuno, un marito, “voglio fare felice qualcuno” , dice Lizze quasi in lacrime, e ‘Sono stanca di me stessa. Bisogna nascondere ciò che si è, bisogna fingere di essere qualcun altro’, dice quando l’emozione e lo sconforto prendono il sopravvento sulla sua consueta razionalità.
Nel paese c’è qualcuno di cui Lizzy pare innamorata, sebbene per il solito timore di un rifiuto non lo voglia far capire, è il vicesceriffo File.
Anche File, uomo tutto d’un pezzo, ha dei problemi : ha sempre detto di essere vedovo, in realtà tutti sanno che la moglie scappò con un altro anni prima ed è divorziato: questo fa sì che anche lui sia un uomo scontroso e solitario, sebbene sembri che in segreto anche lui nutra un qualche sentimento per Lizzy .
Infine un giorno in paese arriva Lui, il Mago della Pioggia, Starbuck/ Bill/ Tornado Johnson (Burt Lancaster in grandissima forma, nessuno avrebbe interpretato questo personaggio meglio di lui), vagabondo, poeta, millantatore, col suo carro, a cercare di guadagnare soldi promettendo pioggia. E’ un fine osservatore, Starbuck, nota subito la famiglia Curry, intuisce i loro problemi…non solo di siccità.
Intanto il buon papà Noah decide di fare un altro tentativo per la figlia e invita il vicesceriffo a cena, ma questi non si presenta, deludendo le aspettative di Lizzy, che si era messa il suo abito più bello.
Ma quella stessa notte a casa Curry si presenta invece Bill/Starbuck, per promettere a Noah di far piovere suonando un tamburo “magico”, in cambio di 100 dollari.
Starbuck incontra le simpatie del padre e del giovane e candido Jim, forse due sognatori pure loro, chissà. Mentre il rigido Ned diffida di Starbuck e lo considera un poco di buono.
Fermatosi presso i Curry, Starbuck, che ha capito lo stato in cui si trova Lizzy, le parla esortandola a lasciarsi andare e ad essere se stessa, cerca di convincerla a credere nei sogni: ‘Ti metti in ghingheri, lui non viene, e tu ti arrendi : non hai fede !” – “Non credi neppure di essere una donna, quindi non lo sei!”. E passano la notte fra la cucina e il granaio a discutere i loro punti di vista così diversi. Starbuck ha l’esperienza di un giramondo e sogna come un poeta, ama fantasticare e cerca di portare Lizzy nella suo mondo di fantasia.
Lizzy dal canto suo spiega : “Voi pensate che tutti i sogni debbano essere grandi… ma a volte ci sono sogni quieti e piccoli, ma sono veri… come udire la voce di un marito che chiede cosa c’è per cena, e udire le voci di bambini che giocano…”
Ma anche Starbuck a volte non si sente del tutto felice nel suo ruolo di vagabondo sognatore: lui al contrario di Lizzy vive dei suoi sogni, gira sul suo carro e non si ferma mai, e confida a Lizzy un suo disagio interiore, che nasce proprio perché, nonostante i suoi sogni grandiosi, che insegue e in cui crede, “non ha tempo” – dice lui stesso- “per farne avverare anche uno solo” .
Starbuck soffre la solitudine che il suo stile di vita e di pensiero per forza comportano: è terribilmente solo.
Però i due finiscono per farsi del bene a vicenda, Starbuck riesce almeno per una sera a far sentire Lizzy bella, e nel granaio la bacia dandole un incentivo per uscire dal suo letargo.
Ma infine arriva alla fattoria anche il vicesceriffo, sia per arrestare Starbuck, considerato un imbroglione truffatore, sia per tentare di (ri)avvicinarsi a Lizzy (forse mosso dalla gelosia?).
I Curry però, Lizzy, e anche il padre Noah e il fratello minore Jim (che comprendono che l’incontro con Starbuck sta facendo del bene a Lizzy, più che preoccuparsi se egli li abbia truffati per 100 dollari o no), fanno in modo che il mago della pioggia non venga arrestato.
Tanto più che nel frattempo scroscia la pioggia !
Anche il desiderio di Starbuck di riuscire in qualcosa nella vita si è avverato, uno dei suoi sogni è realtà.
A questo punto della notte a Lizzy è data una scelta: salire sul carro con Starbuck o rimanere al fianco di File che nel trambusto si è finalmente dichiarato, vedendo Lizzy contesa da un altro.
Concludo la trama solo con la frase di Starbuck che in piedi sul suo carro, in procinto di andarsene, felice per aver realizzato almeno il suo sogno di saper invocare la pioggia, grida sorridendo a Lizzy : “Lizzy, è terribile esser soli là fuori, vuoi venire con me?”. (Immaginarsi B. Lancaster, atletico, spavaldo, con l’espressione scanzonata, mentre lo dice).
Come mio solito non rivelo il finale, cioè la decisione di Lizzy.

Le mie impressioni: Il film mi ha grandemente emozionata, l’ho amato a prima vista e penso che bisognerebbe cercare di vederlo almeno una volta nella vita.
Innanzitutto è una commedia, quindi è spassoso e divertente, ma non superficiale.Viene osservato argutamente l’animo umano, sono messi a confronto punti di vista diversi, caratteri profondamente diversi.
In realtà credo che non venga solo rappresentato il confronto
fra caratteri e punti di vista differenti, ma anche la spaccatura che spesso abbiamo in noi stessi fra la nostra parte razionale e quella emotiva: Lizzy stessa è una persona cerebrale e pragmatica, ma i suoi sentimenti e desideri profondi tendono a emergere prepotentemente, causandole inquietudine.
Starbuck è affascinante, perché ha il sapere, il comportamento, l’intuito psicologico di un uomo vissuto ed esperto, ma al contempo ama guardare il mondo con gli occhi di un bambino sognante che vuol crearsi un mondo interiore fiabesco (forse perchè di mondo reale ne ha visto tanto?).
E alla fine, attraverso dialoghi e scontri verbali, e vicende varie, non ne esce un modo di vivere e di pensare vincente o migliore dell’altro.
I due personaggi principali, Lizzy e Starbuck, straordinariamente riescono ad aiutarsi moltissimo l’un l’altra fino a far sbloccare delle situazioni per ciascuno apparentemente senza via d’uscita, incontrandosi e confrontandosi, e ogni personaggio alla fine apprende a smussare gli spigoli, e che si impara gli uni dagli altri. (E forse, mi chiedo, che si dovrebbero far convivere armonicamente la propria componente razionale e quella emotiva?). Non sono banalità quando tutto ciò è narrato in un film poetico profondo e delicato come questo, gustoso, divertente e commovente insieme.
Io vedo così questo film, come una stupenda fiaba, la favola di un essere umano che aiuta un altro a credere in sé, a trovare speranza e amore, quando non ci crede più (da considerare che K. Hepburn quando interpreta questo film ha 49 anni, molto molto ben portati, sembra averne 35, cioè più o meno l’età della protagonista).
Ed è la favola che vuol far credere che non importano l’età e la bellezza, ma il credere nei sogni.
Appunto. Una favola.

Note: The RainMaker (Il mago della Pioggia), 1956, regia di Joseph Anthony, tratto da un bel lavoro teatrale di Richard Nash e ottimamente interpretato dalla coppia Burt Lancaster e Katharine Hepburn. Golden Globe 1957 per il miglior attore non protagonista a Earl Holliman (il fratello minore Jim), un’interpretazione ingenua e raggiante.
Per Katharine Hepburn ci fu una nomination all’Oscar (una delle 8 che ha avuto, oltre ai 4 Oscar vinti nella sua carriera: a tutt’oggi è l’attrice più titolata della storia del cinema).
Secondo me avrebbe dovuto avere una nomination anche Burt Lancaster.

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